Riprovevole Tangentopoli

di Francesco Giurato 1

Si è tornato a parlare negli ultimi giorni del celebre tentativo di depenalizzare il reato di finanziamento pubblico ai partiti durante la bufera Tangentopoli, il decreto Conso, divenuto famoso come il colpo di spugna. Pochi giorni fa appariva sul Corriere della Sera un’intervista di Aldo Cazzullo a Giuliano Amato in cui il dottor sottile, così chiamato per l’esilità della sua figura ma soprattutto per la riconosciuta perspicacia, annunciava il ritiro dalla politica, l’ennesimo.


Senonchè, stuzzicato sull’argomento Tangentopoli dal giornalista del Corriere, l’ex premier dell’epoca si scopre, e sentendo già l’aria del buen retiro, spara a zero. Usando un termine inequivocabile: riprovevole. Da uno stralcio dell’intervista.


– Era il decreto Conso, che Scalfaro non firmò.
Non lo firmò dopo il pronunciamento della procura di Milano. Fu un episodio riprovevole il veto di un gruppo di magistrati a una disposizione legislativa.


Le cose però non andarono esattamente così. Brevemente, i fatti.


Il 7 marzo 1993 il governo Amato vara una legge per depenalizzare a reato amministrativo il finanziamento illecito ai partiti. Il Presidente della Repubblica Scalfaro non firma il decreto e l’allora presidente del consiglio, consapevole della impopolarità di una tale decisione cerca di smarcarsi dichiarando che è stato proprio il pool di Milano a chiederne l’applicazione. Amato viene poi sbugiardato da un comunicato di Francesco Saverio Borrelli, all’epoca a capo del pool, in cui si sostiene che la responsabilità della decisione era da considerarsi di carattere politico.


Pruriginoso particolare di quei mesi è rappresentato dalle dichiarazioni che accompagnarono l’abbandono dell’incarico di governo di Amato, travolto come tutto il PSI dalle dimensioni dello scandalo pochi mesi dopo il tentato colpo di spugna: “Mi ritiro dalla politica, non farò come certi che vorrebbero essere protagonisti del vecchio, del nuovo e del nuovissimo. Per cambiare dobbiamo trovare nuovi politici. Solo i mandarini vogliono restare sempre e io sono in Parlamento ormai da dieci anni”. Come per un riflesso pavloviano Amato cita oggi fatti di 15 anni fa come se fossero successi ieri.


Ma torniamo alle accuse di Amato. Proprio a Borrelli è toccato, all’indomani dell’intervista di cui sopra, chiarire alcuni aspetti fondamentali della questione. In breve, ribadendo l’assoluta ininfluenza del pool sul decreto Conso, Borrelli sottolinea come in quella occasione il comunicato aveva proprio il chiaro intento di non catapultare il pool in dinamiche politiche, precisando che non posero alcun veto.


La linea di pensiero sull’argomento giustizia – o almeno questo suggerisce la storia – tradisce chiaramente la convinzione di Amato del primato della politica sulla giustizia. Nel lontano 92′, chiamato all’incarico di commissario del PSI piemontese allo sbando per lo scandalo corruzione nella giunta di Torino, Amato rimproverò – come raccontato dallo stesso sindaco socialista Novelli – di avere pubblicamente denunciato le malversazioni delle casse comunali, suggerendo non meglio precisate “soluzioni politiche”.


Un primato quello della politica che non può a mio avviso assolutamente tradursi in autocrazia da parte della sua classe di rappresentanti, al punto da sottrarsi al giudizio penale, limitandosi alla trattazione dei suoi malanni “a livello politico”. Ma il tentativo di comprimere il raggio d’azione della magistratura non rappresenta un gesto legittimo per testimoniare la superiorità dell’azione politica, quanto piuttosto un’indebita interferenza sull’operato di un potere autonomo e indipendente per definizione.


Sì d’accordo, la realtà sarà più complessa ma le dichiarazioni di Amato di pochi giorni fa, alla stregua della campagna d’odio che larghe parti del parlamento fanno da anni alla magistratura, non dice nulla di buono sulle reali intenzioni del legislatore. Cupissimi paralleli con quella stagione risuonano in queste ore nei palazzi di giustizia, e visto l’imprinting dato ieri dal Cavaliere al disegno di legge di riforma della disciplina delle intercettazioni ambientali, si ha la sensazione che stia ripartendo l’offensiva frontale della politica, in nome del famigerato primato. Ma questa è un’altra storia, ne riparliamo domani.


Inutile dire che la “risposta” alla “botta” data da Amato non è andata sul corrierone né tantomeno in tv. Clicca qui per ascoltare Francesco Saverio Borrelli su Micromega

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