Web giornale politicalive: 2 agosto 2010

WEB GIORNALE DI POLITICALIVE. Flash news dei principali avvenimenti di politica e cronaca del 2 agosto 2010.

BOLOGNA: trentesimo anniversario della strage alla stazione del capoluogo emiliano (attentato con bomba esplosa alle 10.25) che il 2 agosto 1980 provocò 85 morti e oltre 200 feriti. Polemiche per la mancata presenza di un esponente del Governo (il sottosegretario Carlo Giovanardi: “Una piazza che invece di ricordo e dolore ha espresso odio e livore per coloro che ritiene avversari politici. Bene ha fatto il governo a non partecipare”). Il Presidente dell’associazione vittime, Paolo Bolognesi, ha detto: “C’è stato da parte di molti politici un triste tentativo di immiserire la manifestazione ma i cittadini non sono disposti a farsi zittire”. Numerosa la presenza della società civile.

GAZA: ancora alta tensione in Medio Oriente dove razzi palestinesi sono stati lanciati su Eilat e Aqaba, provocando l’immediata reazione dello Stato Ebraico contro le postazioni di Hamas nella Striscia di Gaza. Due morti e decine di feriti. Le vittime: Issa al-Batran, capo dell’ala militare di Hamas, deceduto in un’esplosione nel campo profughi di Nuseirat, e un civile colpito da un razzo ad Aqaba. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha puntato il dito contro Hamas, promettendo di adottare tutte le misure necessarie per difendere il suo Paese.

CASO CALIENDO: stabilita per mercoledì la discussione in Parlamento in merito alla mozione di sfiducia al sottosegretario Giacomo Caliendo, indagato nell’inchiesta P3. La sensazione è che il voto favorevole dei finiani che hanno aderito a Futuro e Libertà possa essere decisivo per mettere in minoranza la maggioranza. In tal senso, è in corso il tentativo di individuare un percorso congiunto con  l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Mentre Cicchitto e La Russa invocano lealtà, Bersani prevede la debacle del PdL e della Lega Nord. Intanto Caliendo fa sapere: “Io ho la coscienza a posto e continuo a lavorare”.

USA-IRAQ: il Presidente americano Barack Obama annuncia il graduale ritiro delle truppe americane dall’Iraq. Una “Nuova Alba” per la Nazione a stelle e strisce: le forze militari americane, da settembre 2010 al dicembre 2011 saranno 50mila unità, e il loro compito sarà solo quello di addestrare l’esercito iracheno a badare alla sicurezza del proprio Paese. E’ il primo passo verso una costante diminuzione della presenza americana in Iraq. Le parole di Obama alla Nazione: “Stiamo facendo esattamente quello che era in programma, così come avevo promesso”.

GRILLO: “Loro non si arrenderanno mai, ma gli conviene? Noi neppure”. Con questo motto, Beppe Grillo annuncia che il “MoVimento 5 Stelle” si presenterà alle eventuali elezioni politiche e alle provinciali del 2011. Intanto, si sa che la scelta dei candidati verrà eseguita online attraverso il portale in preparazione: tra i criteri di selezione, la garanzia che il candidato non abbia la fedina penale sporca.

ALTRE NEWS:

Talk show Rai in ferie, la crisi di Governo affidata ai tiggì

Gianfranco Fini che si separa da Silvio Berlusconi ha il peso politico (lo dicono i numeri) di una crisi in corso ma, nonostante le difficoltà – presunte e probabili – in cui potrebbe incappare il Governo richiedano di fatto una informazione assai più completa e dettagliata (in gioco, gli equilibri e la tenuta dell’esecutivo dopo la migrazione di parte del Popolo delle Libertà in Futuro e Libertà), la Rai decide di non optare per la rivisitazione dei palinsesti al fine di includere i talk show politici.

I vertici dirigenziali hanno deciso che saranno solo i tiggì a garantire le informazioni necessarie: è quanto emerso dopo l’incontro odierno tra il direttore generale Mauro Masi e i direttori di telegiornali e giornali radio. La decisione preclude di fatto il ripristino anticipato di programmi di informazione quali Ballarò, Porta a Porta e compagnia bella: “informazione aperta per ferie”, dalle parti di viale Mazzini, significa a conti fatti che i direttori delle testate, a seconda della necessità, potranno chiedere ampliamenti degli spazi previsti e, se necessario, anche variazioni di orario nei palinsesti.

Benigni: bordate sul Pd e Berlusconi – IL VIDEO

Quando il momento politico fornisce spunti di riflessione senza che nemmeno ci si debba sforzare, Roberto Benigni torna alla carica per regalare pillole di umorismo che non possono prescindere dalla contingenza. Il Governo in crisi? Lo spettro delle elezioni anticipate? La presenza impalpabile del Partito Democratico? La P3? I nuovi protagonisti della vita istituzionale? Silvio Berlusconi? Il toscanaccio più irriverente d’Italia non perde occasione per metterli tutti alla berlina a suon di battute pungenti. E’ accaduto a Bolgheri, provincia di Livorno, nel corso di una serata benefica in favore della Fondazione Iris (Istituto per la riabilitazione e il reinserimento sociale dei disabili psichici). Serio e faceto, il regista ha svelato il nuovo repertorio con solito mix di acume e raffinatezza. Ce n’è davvero per tutti:
BERLUSCONI. “La verità è che vuole restare nella storia. Vuole un appellativo per sempre: Togliatti era ‘Il Migliore’; Prodi era ‘il Professore’; e ora Berlusconi è ‘il Trombatore. Quando volevano togliere i crocifissi dalle scuole lui disse ‘No, non mi dimetto‘”.
PUGLIA-GRECIA. “Tremonti l’ha detto a Vendola: ‘La Puglia è come la Grecia’. Devi vedere come s’è risentita la Grecia”
CAMPAGNA E CARFAGNA. “Vedete come il premier è intristito in questi giorni? Invita tutti i suoi amici a Palazzo Grazioli per mostrare le stanze: qui era tutta Carfagna, ora non c’ è niente. Silvio stasera mi aveva promesso che sarebbe venuto a vedermi, ma si è fermato sul viale della Principessa (dove, a Bolgheri, vi è una evidente concentrazione di prostitute su strada, ndr)”.
SU GASPARRI. “A volte mi sento come Gasparri in Parlamento: fuori luogo. Eppure lui sta bene: gli hanno fatto il test antidroga, non hanno trovato nulla”.

Berlusconi – Fini: fotoricordo

Diciassette anni di percorso politico congiunto, poi il divorzio. Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi si lasciano prima di celebrare il ventennio di matrimonio. Ma l’album dei ricordi, non per questo, viene meno: attraverso la ricostruzione fotografica è possibile immortalare l’armonia dei due cofondatori del Popolo delle Libertà, le prime divergenze, la rottura.

LA CONFERENZA STAMPA DI GIANFRANCO FINI

Chi non li avesse a portata di mano, prepari i fazzoletti. Si comincia, a partire proprio dal lontano maggio 1994 quando, una stretta di mano bastò e avanzò per sancire la sinergia.

Fini: “Espulso dal PdL per l’illiberale concetto di democrazia che fa capo a Berlusconi”

Gianfranco Fini ha annunciato una conferenza stampa alle 15 presso l’Hotel Minerva di Roma. Il presidente della Camera approfondirà il proprio punto di vista rispetto alle decisioni assunte dall’Ufficio di Presidenza del Popolo delle Libertà e renderà noto, con ogni probabilità, il nome del nuovo gruppo parlamentare della sua corrente che è Futuro e Libertà per l’Italia: formalizzato presso gli uffici della Camera, cui sono state anche consegnate le 33 richieste di adesione da parte dei deputati che hanno deciso di seguire Fini

Ore 15.01. Gianfranco Fini è arrivato presso gli edifici dell’hotel Minerva, i cronisti hanno affollato la sala stampa.
Ore 15.05. Diffusi i primi sondaggi rispetto al peso effettivo del nuovo soggetto politico: per l’Ispo di Renato Mannheimer si attesta intorno al 10%; per Luigi Crespi sta tra il 10 e il 12%.

Azione Nazionale, Futuro e Libertà: Fini riparte dall’ideologia

Il nuovo gruppo parlamentare di Gianfranco Fini e dei 35 (ma i numeri continuano a oscillare) deputati che alla Camera (sarebbero 14 i seatori) hanno già sottoscritto l’adesione allo stesso si chiama Azione Nazionale. Che sa tanto di nostalgico ritorno ad Alleanza Nazionale, ovvero il partito nato nel gennaio 1994 e sciolto nel marzo 2009 allorchè confluì – insieme a Forza Italia – nel Popolo delle Libertà.

Tutto ciò, di primo acchitto, significa almeno due cose: innanzitutto, che il PdL – da ora in avanti – sarà ben altro rispetto al passato (perchè una sua componente importante e significativa – Fini ne è cofondatore – viene a mancare), poi va a riconoscere (ricordiamo bene l’Ulivo, vengono in mente le difficoltà riscontrate da pd nel tenere assieme la componente più di sinistra e quella più di centro) quanto l’Italia fatichi a digerire le coalizioni eterogenee.

Un editoriale della mattina di Vittorio Feltri apparso su il Giornale dice che lo scontro era inevitabile per ritrovare all’interno della maggioranza un po’ di pace e tornare a governare bene; di contro Ezio Mauro – su La Repubblica – rimarca che “l’irruzione della legalità (segmento nel quale Fini e Berlusconi hanno avuto le divergenze più evidenti, ndr) ha fatto saltare per aria il PdL”. 35 uomini alla Camera e 14 al Senato: è tutto il bottino che la terza carica istituzionale s’è riuscito ad assicurare.

Ufficio di Presidenza PdL: finiani fuori dal partito. Fini: conferenza stampa domani alle 15

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Rottura, come previsto. LUfficio di presidenza del PdL ha ufficializzato le divergenze irricucibili tra l’area finiana e la maggioranza del partito optando per la linea intransigente. Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio deferiti al collegio dei probiviri; le posizioni di Gianfranco Fini incompatibili con i principi ispiratori del Pdl. Viene meno “anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni”.

Stavolta neppure lo spot vivente di quanto possa fare magie il cerone ha potuto nascondere tanto facilmente i segni fisici di una due giorni che rischia di lasciare il segno. Nel Governo, in Parlamento, in Italia. Silvio Berlusconi, nell’attimo in cui si affida alla stampa per leggere i passaggi significativi del documento approvato (33 sì e 3 no) dall’Ufficio di Presidenza PdL ha le occhiaie. Sembrano valigie. Non ha perso lo smalto, la fermezza, sempre lucido. Sta per rendere nota una frattura importante. La più importante degli ultimi lustri politici: per rievocare qualcosa di simile, occorre tornare ai tempi della spaccatura tra Fausto Bertinotti e Romano Prodi o a quella più recente tra lo stesso Prodi e Clemente Mastella. Ma pure trovando qualche analogia, i due casi sono ancora estremamente differenti dallo scenario odierno. Perchè in questo caso si tratta di spaccatura all’interno dello stesso partito, addirittura di rottura tra due dei cofondatori del Popolo delle Libertà, figlio concepito dal concupimento di Forza Italia e Alleanza Nazionale. Gianfranco Fini, a conti fatti, è fuori dal PdL: dopo mesi di liti interne, scontri fratricida, anomale dissonanze. Fin qui, nulla che meravigli: anche perchè il Presidente della Camera, nel vuoto politico che sta a sinistra, ha avuto anche il gusto di essere issato – da militanti e simpatizzanti dei partiti dell’opposizione – quale vera alternativa al Presidente del Consiglio. Una convivenza – quella di Fini e Berlusconi – che si è fatta difficile per poi diventare insostenibile. Le differenze sempre più marcate, poi inconciliabili. Resta il PdL, spariscono i dissidenti: che sono, stando al documento approvato dall’Ufficio di Presidenza, i tre esponenti più vicini (politicamente ma non solo) alla terza carica Istituzionale del Paese. Nome e cognome: Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio. Attacco frontale a Fini nelle parole a caldo di Berlusconi, a vertice appena concluso. “Si è manifestato il dissenso dell’Onorevole Gianfranco Fini e di esponenti che fanno riferimento a lui. Mi sono sempre attenuto al silenzio, da un anno a questa parte. Ma ora è il tempo della responsabilità nei confronti di una crisi che va chiarita. Oggi facciamo chiarezza. L’anomalia del Presidente della Camera che fa opposizione permanente non è più tollerabile. Non sono più disposto ad accettare forma di dissenso nel partito che si manifesta in una vera opposizione. Un partito nel partito. Nessun timore rispetto alla tenuta dell’Esecutivo e, in ogni caso, la chiarezza andava fatta comunque“. Fini annuncia una conferenza stampa per domani mattina ma fa già sapere che “in merito alla Presidenza della Camera, non decide Berlusconi“. Intanto, 34 deputati sono pronti a lasciare il Pdl e seguire l’ex leader An in un nuovo gruppo parlamentare.

PdL, ecco chi sta con Fini: forbice da 20 a 31 deputati

Popolo delle Libertà, l’elenco dei “quasi” espulsi dal partito è di quattro nomi: Gianfranco Fini, Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata. Ovvero, i tre al seguito del Presidente della Camera, coloro che maggiormente si sono esposti a telecamere e prese di posizioni politiche spesso in netta opposizione alla linea individuata dalla maggioranza del PdL. Attorno al poker di politici ruota il documento che l’Ufficio di presidenza del partito discuterà intorno alle 19.

(LEGGI QUI IL DETTAGLIO DELLE ULTIME ORE)

Passaggio politico cruciale non solo perchè si verrebbe a creare una conseguenziale spaccatura interna al PdL con inevitabile costituzione di un nuovo gruppo parlamentare ma pure per il fatto che andrebbero poi valutate – dati alla mano – almeno due questioni. La prima, evidente: la tenuta del Governo, chiamato a verificare la propria forza. La seconda, neppure troppo marginale: capire che succederà con la figura della terza carica Istituzionale del Paese e se Fini saprà tenersi aggrappato alla poltrona che ricopre attualmente.

Il secondo successivo all’eventuale cacciata dei quattro dal partito spalancherebbe i portoni alla deposizione della richiesta di un gruppo politico autonomo alla Camera dei Deputati. Ma chi sta con Gianfranco Fini? Quanti sono i finiani?

Per Silvio Berlusconi solo una manciata di deputati – dieci, ha detto il Premier – mentre le indiscrezioni di stampa parlano di almeno 20 parlamentari che avrebbero già sottoscritto la propria adesione al nuovo gruppo e di altri undici pronti a farlo. La forbice oscilla tra i 20 e i 31 deputati: nell’ultimo caso, potrebbero decidere le sorti del Governo.
GIA’ CON FINI. Fedeli all’ex leader di An, lo seguirebbero da subito dopo aver sottoscritto il contro documento predisposto dall’area finiana:

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Se la notte è stata lunga – lunghissima – le ore che restano da qui alle 19, quando l’ufficio di presidenza del Popolo delle Libertà discuterà un documento di censura nei confronti di Gianfranco Fini e dei finiani Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata, rischiano di durare un’eternità. Nel corso della quale vi saranno – eccome – ulteriori tentativi di mediazione, conciliaboli volti a evitare la rottura, azioni di riavvicinamento cui il partito è abituato da qualche mese. In più di uno proverà laddove, nella serata che ha preceduto, non sono riusciti Gianni Letta (che ha incontrato il Presidente della Camera per capire se fosse possibile mettere ogni diatriba sotto il tappeto) e Fedele Confalonieri (al telefono con Silvio Berlusconi ha tentato di distoglierlo dalla resa dei conti). Ma stavolta, pare che qualunque tentativo di riconciliazione sia impresa ardua, improbabile, impossibile.

E non tanto per la determinazione di Fini, che pure ha lanciato un accorato (tattica? depistaggio?) appello al Premier affinchè si dimentichi il passato più rancoroso e si tenga fede al patto sottoscritto con gli elettori (“resettiamo tutto senza risentimenti”, dichiarava Fini a Il Foglio) quanto piuttosto per la ferma volontà di Silvio Berlusconi che, a questo punto, sembra non avere più alcun tentennamento. Stanco dei diktat e dei giochi politici di quello, il Presidente del Consiglio ha deciso di portare avanti la linea dura. La stessa che porterebbe direttamente all’espulsione di Fini e dei suoi tre fidi seguaci.

IL POMERIGGIO, LA SERA, LA NOTTE. Ricostruire quanto accaduto nelle scorse ore significa riprendere alcuni dei passaggi cruciali che hanno segnato il mercoledì appena messo in archivio. C’è stata la conferenza stampa di Denis Verdini, coordinatore PdL, ad allontanare ogni suo coinvolgimento nella P3 e sono arrivate in tempo reale le dichiarazioni di Italo Bocchino che ne chiedeva (una volta di più) le dimissioni dall’incarico ricoperto con replica dello stesso Verdini (“Da Bocchino non prendo lezioni“). Se il vaso lo immaginavamo pieno di crepe, da un momento all’altro ha cominciato a rompersi in cocci.

Parla Denis Verdini, PdL alla resa dei conti

La versione di Denis Verdini in merito al coinvolgimento del coordinatore PdL nell’associazione appellata P3 è affidata a una conferenza stampa nel corso della quale l’ex Presidente del Credito Cooperativo toscano ne ha avute per tutti. Fini, Caldoro, Dell’Utri, Bocchino, eolico, Mancino, Cappellacci, Carboni: una sfilza di nomi che Verdini non ha trascurato di nominare per esporre la propria versione dei fatti. E’ come se si scrivesse un capitolo in più alla triste vicenda dell’intreccio tra politica e corruzione, tutt’ora al vaglio della Magistratura e pare una pagina importante del percorso intrapreso dal Governo attuale.

Se non altro, perchè anche nel corso dell’incontro tra Verdini e i giornalisti, sono emerse differenze incolmabili tra due correnti che nel PdL- quella dei finiani e il resto del partito – sono sempre più distinte, separate, lontane. Non a caso, quando il coordinatore PdL non aveva ancora concluso il suo intervento, l’Ansa s’era già messa a diffondere il commento di Italo Bocchino – finiano doc – con tanto di richiesta “più che mai, più di prima” di dimissioni inoltrata allo stesso Verdini. A cui è toccato di replicare seduta stante. Le frasi salienti pronunciate dal politico-banchiere:

P3.Tutto questo parte da un pranzo a casa mia, riportato da alcune intercettazioni, nel corso del quale si è parlato della candidatura del giudice Miller. Non conoscevo il giudice Martino, il giudice Lombardi e il giudice Miller. La selezione delle candidature è il mio lavoro. Nessuno mi cita mai dopo quel pranzo, per questo mi sembra strano essere ricondotto alla ormai famosa P3. Non ho mai saputo nè fatto parte di associazioni segrete. Non ne conosco nè finalità nè attività“.

DIMISSIONI.Non capisco perché dovrei dimettermi. Ho sempre fatto bene il mio lavoro. Non vedo perché dovrei dimettermi per una cosa di cui non so nulla“.

Cuba: Castro, fratelli contro

Fidel, il lider maximo, avrebbe anche potuto pensare – in una certa fase della sua vita – che essere in grado di portare a compimento la rivoluzione cubana contro il regime di Fulgencio Batista avrebbe anche potuto garantirgli l’immortalità. Allo scoccare del 1960, beninteso. Quando le candeline da spegnere erano ancora 34. Ma poi: vincitori e vinti, idolatrati e odiati, Presidenti e mediocri il tempo passa per chiunque. La salute si fa precaria. L’età incide e a ogni ruga che compare, sembra si sgonfi un muscolo. Così, quasi fosse legge della Natura. Che poi, fai presto a dire che son passati più di quarant’anni.

Marchi un quadreno con due date: per magia. Di fianco al 1960 compare il 2006. La massima autorità cubana non è più solo un combattente da pellicola ma è pure diventato un ottantenne che, il primo agosto si vede costretto a cedere temporaneamente il governo al Vice-presidente e fratello. Altro Castro, stavolta Raúl. Mentre Fidel, smesse le armi e abbandonata la boscaglia, cominciava a combattere contro un intestino malconcio tra le mura di una sala medica.

Da lì, voci e supposizioni lo hanno visto prima a un passo dalla fossa (“ha il cancro”, si diceva da più parti) poi rinato per magia. Una, due, tre volte. Altro tempo, altra data. 2008, Raul succede ufficalmente al maggiore dei Castro alla Presidenza di Cuba. L’ombra di Fidel è un macigno, a tal punto evidente che sfugge sempre quel confine sottile, labile in cui assegnare il parto di decisioni e dichiarazioni all’uno piuttosto che all’altro. Diversi nel modo di intendere il futuro dell’isola.

Islanda senza Bavaglio: Brigitta Jonsdottir oscura la censura

Perchè mai, poi, l’Islanda a luglio avanzato e con i bollori record di uno scorcio d’estate in cui ha fatto caldo “da morire” in tutta Italia, avrebbe dovuto richiamare alla mente qualche forma di prigionia, censura, limite. Bastava assecondare le propulsioni naturali del corpo – che si proietta in quei 103 mila metri quadri di superficie a ridosso del Polo e già si è refrigerato – oppure dare retta alle intuizioni di un cervello che, mentre suda goccioloni che odorano di afa, riesce a ritrovare la frescura necessaria per rodare al meglio anche soltanto immaginando quelle distese di ghiaccio.

Quei materassi gelati ubicati lungo il paesaggio. Quelle acque fredde che – in tempi di 40 gradi all’ombra – solleticano l’idea di sommo piacere. Scevro da ogni limite. Avrei detto così, a chi mi avesse chiesto che ne pensassi di una Islanda che decide di svincolarsi da qualunque forma di Bavaglio. Di limitazione, coercizione. E perchè no: lo insegnano da anni i milioni di ragazzi che prestano servizio volontario a fin di bene, lo ribadiscono le migliaia di associazioni non governative capaci di garantire al contesto sociale balzi in avanti che la politica non saprebbe imitare.

Dall’infinitesimamente piccolo, un messaggio per l’infinitesimamente grande. Parla l’Islanda, stia a sentire il mondo intero (concentrazione, Italia. Concentrazione). E intanto. Viene spontaneo tutelare e fare proprio lo stesso messaggio con cui una bella fetta di mondo – bella perchè è bella anche solo da immaginare – si addormenta la sera. Si sveglia la mattina. “Agire localmente, pensare globalmente” scandisce spesso chi ha voglia di rimboccarsi le maniche. Avrebbe potuto trarmi in inganno il fatto che l’isola sia stata (roba del IX secolo, un’eternità fa) località di eremitaggio (e quindi isolamento, limite) per i monaci irlandesi. Vero. Ma la storia, il passato sono abiti di un guardaroba che si evolve fino a stravolgersi con il passare del tempo.

Allora, che una lezione di civiltà venga messa nei freezer giuridico-costituzionali islandesi per conservarla intatta e poterne raccontare i contenuti ovunque, stupisce fino a un certo punto. Non più e non solo  terra di altopiani sabbiosi e desertici, di montagne e ghiacciai, di mare e pianure. Da qualche giorno, infatti, l’isola è Paese senza Bavaglio, patria di Brigitta Jonsdottir. Anarchica. Capace di lasciare il segno senza le bombe di Gaetano Bresci.

LA SFIDA ALLA CENSURA. L’isola dorme, sono le tre di notte del 16 giugno 2010 e il Parlamento è ancora al lavoro. Sotto esame la proposta della deputata anarchica, Brigitta Jonsdottir, che chiede di tutelare chiunque si renda protagonista di pubblicazioni che svelano segreti di Stato, societari, militari e giudiziari: la giustizia non potrà sospenderne la pubblicazione e i soggetti interessati non dovranno essere perseguiti in alcun modo. Altrove, sarebbe stato come dire “rivoluzione”: sarebbero apparsi i tizi con i fucili e un’ottima mira, ci si sarebbe dovuti svincolare da ostruzionismi costanti, avrebbero riaperto i manicomi. Altrove, non lo si potrebbe neppure ipotizzare.

Guerra Usa – Iraq/Afghanistan: ogni vittima americana vale 200 milioni di dollari

Le passeggiate di salute, solitamente, le si fa con altro abbigliamento, in ben altri contesti, per differenti motivi. Quindi, la sfilza di dati – da capogiro, ovvio – che va a descrivere il conflitto in corso tra gli Stati Uniti e l’Afghanistan non racconta nulla che non si potesse già immaginare. Detto ciò, è in ogni caso incontrovertibile che la guerra suddetta sia passata alla storia come la più costosa (rapporto costi/vittime) mai sostenuta dal Governo a stelle e strisce: dall’invasione dell’Iraq all’inizio del mese di luglio, infatti, si è raggiunta la faraonica cifra di mille miliardi di dollari utilizzati dalle varie amministrazioni (che poi sono due: quella di Bush e l’attuale di Obama) statunitensi.

Pd: Vendola è prigioniero di un dovere, Bersani: “Non è il momento”

Nichi Vendola non perde occasione per ribadire la necessità che il Partito Democratico si confronti con i citadini al fine di individuare un percorso politico che possa realmente rappresentare una alternativa alla destra. Dopo aver annunciato pubblicamente la propria candidatura a guidare il Pd, il Presidente della Regione Puglia conferma oggi – da Bertinoro, dove partecipa alla scuola di politica promossa da ‘Democratica’, fondazione presieduta da Walter Veltroni – l’intento di far scegliere al popolo democratico se il suo nome rappresenti o meno una valida carta da spendere.

In barba alle molteplici dichiarazioni di cui, nei giorni scorsi, si sono resi protagonisti illustri esponenti del Pd (tra tutti, il segretario Pier Luigi Bersani) e che sono di fatto uno stop agli intenti vendoliani. Già mobilitati gli aderenti della Fabbrica che raccoglie i simpatizzanti del referente di Sinistra e Libertà (a cui le primarie, in Puglia, hanno già regalato grosse soddisfazioni) che rimarca: