Tremonti: “Il Governo Berlusconi è forte: nessun esecutivo tecnico nè larghe intese”

di Joel Commenta

Giulio Temonti intervistato da La Repubblica in un periodo nel quale non sembra difficile avere domande da porre al Ministro dell’Economia. La Finanziaria in fase di approvazione, certo, ma anche l’inchiesta sulla cosiddetta P3 e le difficoltà che sta incontrando la maggioranza parlamentare nel conservare coesione. I finiani sono un problema tutto interno al PdL ma rischiano – Bocchino, Fini e compagnia – di tenere in scacco l’intero Governo nazionale che pure – quello sì – mostra compattezza e unità di intenti. Per Tremonti, tuttavia, non vi sono alternative a Berlusconi: nessun passaggio a un esecutivo “tecnico” nè a larghe intese. “Il governo Berlusconi è forte, e non esistono alternative credibili. Né governi tecnici, né larghe intese. Sono fuori dalla storia, e l’Europa non approverebbe“. A dare man forte alle parole del Presidente del Consiglio – per il quale l’attuale maggioranza arriverà alla fine della legislatura – il sostegno di un uomo – quale è Tremonti – apprezzato anche da molti esponenti dell’opposizione che lo vedrebbero bene a capo di un Governo di transizione. Laddove quello attuale dovesse cadere.

Per il titolare dell’Economia, il Premier inquadra la faccenda: La P3? Al massimo una cassetta di mele marce; la legge sulle intercettazioni? Tutt’al più una legge-bavaglino. Governo tecnico? Governo di unità nazionale? Sono figure che sembrano stagionalmente incastrarsi nella forma di una geometria variabile che ricorda un vecchio caleidoscopio. In Italia la formula di soluzione non può essere quella del governo tecnico. Per due ragioni. Primo, perché non c’è una “melior pars” fatta di ottimati, di tecnici, di illuminati, capaci di governare la complessità. Secondo, perché un governo di questo tipo, non basato sul voto popolare, non avrebbe chance di prendere posto al tavolo dell’Europa. La casistica delle larghe intese? Si presenta solo in due scenari. Dopo elezioni che evidenziano la bilaterale insufficienza delle forze in campo, o per effetto di un trauma. Francamente, nel presente dell’Italia non vedo un trauma tanto forte da spingere verso questa ipotesi di soluzione. Non un trauma “economico”, non un trauma esterno, non un trauma giudiziario“. Concorde con l’intervistatore, il Direttore Massimo Giannini, sul fatto che all’interno dei partiti esista una questione morale che – tuttavia – non può ricondursi a un caso specifico ma merita di essere trattata in maniera generale. Trasversale. “Le ultime intercettazioni costituiscono una lettura interessante. Ne emerge un bestiario fatto di faccendieri sfaccendati, di “poteri” impotenti, se si guarda i risultati, di reati più “tentati” che “consumati”. Più si affolla la scena, più tutto si confonde. E la presunta “tragedia” si fa commedia. Questo è un Paese in cui molti “governi” locali si sono clonati e derivati in galassie societarie “parallele”. Spesso più grandi dei governi stessi. E non sempre sotto il controllo democratico e giudiziario. Leggasi la monografia della Corte dei Conti. Mezza Italia è in dissesto sanitario. E questo riduce drammaticamente la “cifra” della morale pubblica. Troppo spesso i fondi pubblici sono una pipeline verso gli affari. Oggi l’affare degli affari è quello dell’eolico, almeno questo non inventato da noi. Vastissime aree del Paese sono deturpate da pale eoliche sorte all’improvviso, in un territorio che nei secoli passati non ha mai avuto i mulini a vento. E forse ci sarà una ragione. È in tutto questo che vedo la grande questione morale, questo è l’albero storto che va raddrizzato. E per farlo non vedo alternative al federalismo fiscale. L’unica, l’ultima forma per riportare nella trasparenza e nell’efficienza la cosa comune“.

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