Prodi: io non c’entro

di Francesco Giurato 1

In questi ultimi due anni gliene abbiamo dette di tutti i colori. Non che nei precedenti dieci ci fossimo risparmiati, però dalla sua ultima ascesa a Palazzo Chigi l’Italia con quest’uomo è stata a tratti crudele. Tra un Mortadella e un Prodino, gli italiani si sono potuti sbizzarrire al tiro al piccione senza che mai nessuno prendesse sue difese.


Capisco la responsabilità che sta in capo a chi governa, ma davvero si è esagerato. E Prodi ha detto basta.


All’indomani della disfatta elettorale – ma la lettera a Veltroni risale a domenica, prima che si conoscesse l’esito e l’entità della sconfitta – l’ex premier passa la mano. I maligni hanno commentato che lo avrebbe dovuto fare prima.

Ho preso una decisione molto chiara, molto semplice, molto ferma e molto coerente: non mi sono presentato alle elezioni perchè ritenevo e ritengo sia necessaria una nuova leva, un nuovo gruppo dirigente per portare avanti la crescita ed il rafforzamento del Pd

La nuova leva. La crescita del PD. Alla luce del risultato elettorale direi anche un ripensamento. Sì perchè la sensazione è che se cambiamento repentino c’è stato all’interno del parlamento – con il brusco assestamento a 4/5 partiti rappresentati – come minimo ancora non è stato completato. Sembra quasi che il rompete le righe in cui si era dissolto il bipolarismo “rametto o bandierina” avesse il solo scopo di fare capire ai nanetti che è impossibile per loro andare da soli.


Le eccezioni rappresentate da Lega e IdV confermano questa tesi, essendo queste ultime cresciute dopo avere scelto quantomeno un timido apparentamento. L’uscita di Prodi poi, nell’ottica del ripensamento di cui sopra della mission del PD, suggerisce una soluzione, sicuramente non realizzabile d’amblais, diciamo nel medio periodo.


Fuori il tecnocrate e i suoi prodi dal piddì, forse forse ci sarebbe lo spazio per l’ingresso della sinistra, o di quella parte di sinistra che sarà in grado di modernizzare programmi e slogan e sappia ridare quel connotato di sinistra vera di cui il PD forse ha ancora bisogno. Un esilarante spot della nuova edizione di Crozza Italia vede ritratto Veltroni che svela il nome del suo avversario mai pronunciato in campagna elettorale: Bertinotti, conclude dopo una pausa scenica. Voto 10.


E lo stesso voto – uguale alla percentuale della sinistra Unione-embedded di due anni fa! – lo prenderebbe un nuovo segretario, finalmente in grado raccogliere le istanze che provengono dal basso, senza per questo doversi preoccupare di rispondere a dei clichè, a degli specchietti per le allodole utili solo a generare un messaggio distorto su come vuole essere la sinistra oggi. Ora non dico sostituire Dario Franceschini con Nichi Vendola (anche se…) ma quantomeno ricominciare a dialogare. Serenamente, pacatamente.


D’altro canto la favola dell’andare da soli e dell’abiura comunista di Veltroni è un chiaro escamotage elettorale, spaventato com’era il leader del PD di subire gli strali degli italiani dopo la pessima figura fatta nell’azione di Governo dal morente Ulivo. Le responsabilità di quel fallimento sono, a mio avviso, individuali e non programmatiche.


Con Bertinotti che pensava di essere tornato al Prodi I e giù a menare, con Ferrero novizio di palazzo Chigi che parla di stanze del buco, dichiarazioni fiammeggianti in libertà sulla proprietà privata, un’opera di risanamento che, ostacolata a colpi di mortadella, non è stata digerita e via così, facciamoci del male. Però alle amministrative PD e sinistra vanno sempre assieme, senza vergogne.


Perchè non ripensarci? Maybe, We Could

Commenti (1)

Lascia un commento