Sondaggio elettorale: ecco quali partiti voterebbero gli italiani

Dopo la fase di chiusura delle principali feste di partito (nel corso della giornata di domenica, hanno parlato in sequenza: Silvio Barlusconi ai giovani del Pdl di Atreju 2010; Pier Luigi Bersani da Torino, serata finale della kermesse democratica; Umberto Bossi da Venezia, chiusura della festa dei Popoli Padani; Pier Ferdinando Casini da Chianciano, a corollario del raduno annuale dell’UdC), si torna a vivere nell’attesa del discorso del Premier in Parlamento: il 28 settembre, infatti, l’Esecutivo chiederà la fiducia rispetto al programma di cinque punti con cui affrontare i tre anni che restano alla scadenza del mandato naturale.

La crisi pare un po’ meno evidente, sul ricorso preventivo alle urne – per il quale avremmo scommesso una cifra elevata solo una settimana fa – appare non così scontato. “Avremo una larga maggioranza nell’emiciclo“, ripeteva il Presidente del Consiglio, lasciando intendere di poter contare non solo sulla lealtà dei finiani (“che hanno pagato un debito di riconoscenza nei confronti di Gianfranco Fini“) ma anche – laddove fosse numericamente necessario – sul voto di una schiera di centristi i quali si svincolerebbero dalle scelte del partito di riferimento.

Lega Nord, Bossi: “Federalismo fatto, ora Ministeri fuori da Roma”

La Festa dei Popoli Padani, a Venezia, si chiude con l’intervento del Senatur. Umberto Bossi – a proprio agio tra quella che definisce “la mia gente” – è anch’egli chiamato – al pari di altri leader di partito, impegnati a calare il sipario con il botto degli interventi dei principali referenti – a riassumere dal palco le concitate fasi politiche che hanno intensificato i giorni precedenti.

Il leader leghista ha spaziato da un argomento all’altro senza trascurare nessuna delle tematiche “calde“: tuttavia, l’annuncio che ha dato il là al boato dei presenti è quello che il Federalismo è obiettivo ormai raggiunto.

La maniera in cui Bossi decide di renderlo noto si sposa con le aspettative dei 50 mila spettatori: utilizza la tradizione, riprende la strofa di una canzone popolare: “La va a giorni, la va a ore, e quindi preparatevi a fare festa nelle principali piazze del Paese. La premiata ditta Calderoli – Bossi ce l’ha fatta a portare a casa il federalismo. Ci saranno subito quelli che diranno che lo hanno voluto loro. Ma noi sappiamo che l’ho voluto io, Calderoli. E voi“.

UdC, Casini: “Berlusconi si dimetta”

La soluzione ideale per sostituire i finiani e consentire all’Esecutivo di disporre di una maggioranza necessaria per durare senza difficoltà fino a fine legislatura, Silvio Berlusconi l’aveva individuata. Reclutare gli ex alleati dell’Unione di Centro, reintegrare Pier Ferdinando Casini e garantire al Governo una compattezza numerica indispensabile.

Stando alle parole del leader dell’UdC, il Premier avrebbe messo sul piatto tutto quello che gli era politicamente possibile: un corteggiamento serrato che, a quanto si apprende, è servito solo a far vacillare alcuni esponenti dell’area centrista, non certo il suo riferimento principale.

Parentopoli piemontese, nuova puntata

(Nel frattempo il governatore Cota annuncia un codice etico)

Parentopoli piemontese: mogli assunte in regione e stipendiate pure in Provincia (dal Riformista di oggi, pagina 1)
di Angela Gennaro e Tommaso Labate

Più la lente d’ingrandimento si avvicina a determinati documenti protocollati nelle segreterie dei palazzi torinesi della politica, più la Parentopoli piemontese in salsa pidiellino-leghista assomiglia alla Paperopoli delle strisce Disney. Quella grande città in cui alla fine, gira e rigira, incontri soltanto nipoti di Zio Paperone.

Ad esempio la dottoressa Paola Ambrogio, la moglie dell’assessore regionale Ravello (Pdl) che lavora con l’assessore Casoni (Pdl), è possibile incontrarla anche nei corridoi della Provincia. Perché la consulenze di famiglia, in certi casi, si possono anche raddoppiare.

Parentopoli leghista: il Piemonte di Cota è a gestione familiare

(dal Riformista del 9 settembre 2010, pagina 1)
di Tommaso Labate

«A tavola perdonerei chiunque. Anche i parenti», diceva Oscar Wilde. Per la versione riveduta e corretta della massima del drammaturgo, basta farsi un giretto nei corridoi della giunta e del consiglio regionale del Piemonte. Per la precisione, negli uffici di Pdl e Lega. Dove la regola è diventata: «Alla regione assumerei chiunque. Soprattutto i parenti». La figlia del capogruppo che lavora col presidente, la moglie dell’assessore assunta alle dipendenze di un altro assessore, la sorella dell’onorevole che ha un contratto col gruppo consiliare. Altro che “semplice” Parentopoli. A Torino, infatti, gli organigrammi regionali sembrano un gigantesco stato di famiglia.

Contratti a tempo determinato, contratti di collaborazione, consulenze. Documentati e documentabili attraverso atti ufficiali protocollati. Stipendi di tutto rispetto e, in certi casi, anche benefit come i buoni pasto.

Berlusconi: “Governo fino a fine legislatura”

Dalle parti del Popolo delle Libertà non si parla più di voto anticipato, anzi. Nessun ricorso preventivo alle urne, avanti a governare fino a fine legislatura. Silvio Berlusconi lo sta ripetendo da diversi giorni: dopo aver convinto Umberto Bossi (di rimando, la Lega Nord) a rinunciare alla tornata elettorale, il Premier pare sempre più deciso a portare a termine il proprio mandato e arrivare a scadenza naturale.

Non solo: l’inutilità dei finiani per il PdL è presa d’atto confermata dallo stesso capo del Governo in collegamento odierno con la scuola di formazione politica del Pdl riunita a Gubbio: “La vecchia politica politicante non avrà la meglio. Siamo sereni e saldi, ci siamo sempre tenuti lontani da questo teatrino sempre più insulso e sempre più assurdo portato avanti da antiberlusconiani vecchi e nuovi che possono produrre tutte le chiacchiere e le feste di partito  che vogliono, ma non avranno mai la soddisfazione di vedere un nostro concorso nel fare precipitare l’Italia verso la crisi. E’ una questione di responsabilità, anche perché l’esecutivo ha fatto tanto per mettere i conti pubblici in sicurezza e per rassicurare i mercati: ma non ci scordiamo mai che l’Italia potrebbe correre il rischio di una sfiducia, anche magari solo parziale, sui mercati“.

Accantonato, quindi, ogni proposito di sfidare i sondaggi (che pure sembrano benevoli): ha prevalso, ancor prima del buonsenso, il timore di mettere in pericolo molteplici interessi (aziendali, processuali, politici) che – dato di fatto – continuano a soggiacere su una fune traballante.

11 settembre 2010

Sono passati nove anni dall’attentato che – l’11 settembre 2001 – colpì al cuore l’America, improvvisamente vulnerabile e terorizzata dal fatto che i confini dello Stato non fossero più sinonimo di sicurezza. Al Qaeda riuscì a minare la stabilità del sistema politico-economico a stelle e strisce (di rimando, quello planetario) decidendo di seminare panico e terrore come mai nessuno prima s’era azzardato a fare. Agendo, cioè, da stranieri su territorio nemico. Sono bastati 19 attentatori ubicati su quattro aerei per lacerare gli Stati Uniti, metaforicamente e concretamente. Il crollo delle due torri gemelle (sono rimasti, al loro posto, Ground Zero e una serie di progetti da capogiro per riqualificarne l’area), simbolo indiscusso di New York (che, di rimando, è emblema della Nazione), ha fatto il paio con le 2965 vittime accertate, il cui ricordo rimane riferimento indiscusso per non dimenticare che da allora, nulla è più come prima.

Non penso certo alle aule dei palazzi fatiscenti, alle poltorne su cui adagiano pantaloni cuciti dalle più importanti maison, ai referenti delle Istituzioni di ogni angolo del pianeta. Non penso a chi ha maggiori strumenti per capire e mostrare cognizione di causa. Nè tantomeno a coloro i quali hanno facoltà tali e virtù di spicco per riuscire a prodigarsi in analisi lungimiranti, storico-politiche, socio-economiche. E neppure a chi – le cause e le conseguenze di quanto accaduto – ha modo di gestirle, controllarle, determinarle. Allora il Presidente dell’America era George Bush, ma non penso a lui. Oggi gli è subentrato Barack Obama, ma non mi riferisco neppure all’uomo del “sì, che possiamo”.

Il pensiero va alla gente comune, alla massa. A quell’insieme di persone che compone la casistica del cittadino “medio”. Mediamente informato, mediamente interessato, mediamente coinvolto. Immaginando questo tipo di individuo – lo stesso che in ogni sondagggio (quanto contano cifre e statistiche, oggi? Ci si fa la Storia, quella grande) si colloca dove sta la maggior parte – mi viene facile assimilarlo, per modo di vivere pensare agire sbagliare includere ed escludere, al maggior numero di quelle quasi tre mila vittime che non riuscirono ad arrivare al mezzogiorno di quel giorno di settembre. E’ per questo insieme di cittadini (manco a dirlo, la maggioranza del pianeta) che nulla è stato più come prima.

Perchè coloro ai quali occorreva prestare sicurezza, non si sono pù sentiti sicuri. Chi necessitava di una guida, ha fatto fatica a trovarne una. Quanti chiedevano garanzie, non si sono più sentiti garantiti. Non solo. Coloro a cui andava offerto un futuro, non l’hanno avuto. Chi aveva il diritto di riempirsi il borsellino, ha pagato lo sciacallaggio della Borsa. Quanti insegnavano il rispetto delle libertà altrui, si son visti privare della propria. A colpi di artiglieria, a furia di allarme bomba nelle metro delle principali metropoli, di inflazioni, deflagrazioni, svilimento, impauperamento, connivenze, segreti, conciliaboli, formalismi. A furia di seminare terrore, spargere paura. Partorire dalla differenza solo insofferenza.

Partito Democratico, arruolati Ferrero e Diliberto?

La voce è un po’ più di una indiscrezione: il Pd, stando alle prime rimostranze avanzate da Walter Veltroni (a cui l’idea piace pochissimo) avrebbe ingaggiato nelle proprie file Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione comunista) e Oliviero Diliberto (leader del Partito dei Comunisti italiani).

Alla diffusione della notizia, è accaduto che Veltroni si sia impuntato affinchè venisse convocata la Direzione nazionale: quel che non va giù neppure a Marco Minniti è che tale percorso rischierebbe di minare “le ragioni fondative del partito stesso“.

A monte, la volontà di Pier Luigi Bersani di intessere rapporti con i partiti di sinistra che a suo tempo non riuscirono a superare lo sbarramento necessario al fine di occupare seggi in Parlamento ma il corteggiamento avrebbe quale scopo non quello di aggregare gli stessi in una eventuale alleanza programmatica quanto piuttosto l’intenzione di coinvolgerne parte dei referenti e dare loro l’opportunità di farsi eleggere alla Camera (gli equilibri precari al Senato non consentono di correre rischi affidandosi a chi in passato non sempre ha ricambiato fiducia) con il Pd.

Telebavaglio: Storace e la casa di Montecarlo

Francesco Storace a tutto tondo. Proprio dal suo partito è stata presentata la denuncia in merito all’eredità della contessa Colleoni, a Monterotondo e della quale faceva parte la celeberrima casa di Montecarlo dove vive oggi Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini.

Non è gossip, assicura Storace. Non parlo di Elisabetta ma di Fini: quel patrimonio apparteneva ad una comunità.

Buona visione della nuova puntata di Telebavaglio, in onda su Current e sul sito del Fatto Quotidiano.

Pd, morte Sarfatti: il cordoglio della politica

Riccardo Sarfatti è deceduto nella notte tra giovedì 9 e venerdi 10 settembre in seguito a un incidente stradale. L’architetto, nonchè esponente del Partito democratico (figura di spicco dell’area limbarda, nel 2005 sfidò alle regionali Roberto Formigoni collezionando una sconfitta assai dignitosa che gli fruttò il 44 per cento delle preferenze) lascia la moglie e i tre figli che hanno saputo della tragedia qualche ora dopo.

Il settantenne stava rincasando dpo aver preso parte alla festa di partito in svolgimento nel capoluogo meneghino: nello specifico, si era recato al Palasharp per ascoltare, in prima fila, l’intervento di Walter Veltroni prima di rientrare.

Mancavano venti minuti alle due quando l’auto di Sarfatti, in località Termezzo, è sbandata sfondando il guard rail e finendo nelle acque del lago di Como che circondano quel tratto viabilistico. Gli attimi immediatamente successivi li hanno raccontati alcuni testimoni, i quali hanno parlato della difficoltà di Sarfatti a uscire dall’abitacolo per l’impossibilità di liberarsi della cintura di sicurezza.

A nulla è valso il tentativo di un giovane di prestare soccorso tuffandosi nel lago: la vettura, infatti, si è inabissata e ha trascinato con sè il politico. Le cause sono tuttora da chiarire: tra le ipotesi, anche quella di un improvviso malore.

Florida 11/9, pastore Jones: “Corano in fiamme”

L’undici settembre è alle porte. Il nono dall’attentato che – Torri Gemelle distrutte, migliaia tra morti e feriti, America colpita al cuore – ha cambiato le sorti del mondo. Oltre ai 19 dirottatori dei 4 aerei di linea, vi furono 2974 vittime (la maggior parte delle quali, civili) e 24 dispersi. Lo si ricorderà – questo passaggio indelebile della storia – in maniera differente, con richiami appositamente studiati, in ogni angolo del pianeta.

Eppure stavoilta, tra le miriadi di lezioni di civiltà che ne scaturiranno, si rischia di incappare in un inconveniente spiacevole e – già pervenute le minacce del caso – in grado di minare i precari equilibri tra occidente e oriente. Tutto nasce da un dato – ovvero, la probabile costruzione di un centro islamico in Ground Zero a New York (quindi, sui luoghi dell’attentato); ogni cosa è riconducibile a una persona: il pastore della Florida, Terry Jones.

Volto asciutto, baffi e barba che richiamano quelle degli sceriffi anni ’50, determinazione da vendere: ci provassero, ha detto in sintesi, a costruire una Moschea proprio lì: “Il punto è che dobbiamo smettere di piegarci alla volontà altrui. In certe aree del nostro paese abbiamo perso la spina dorsale. Abbiamo fatto troppe concessioni“. Quindi, l’idea: in occasione dell’anniversario dell’attentato di nove anni fa, Jones utilizzerà il simbolismo per mettere in chiaro il proprio pensiero e quello di molti americani: gli basteranno un Corano e un accendino per bruciare il libro Sacro.

Sabina Guzzanti all’Aquila – Diretta

Draquila – L’Italia che trema verrà proiettato stasera all’Aquila. Dopo la proiezione, al via un dibattito con la regista Sabina Guzzanti, che si annuncia molto “caldo”: lei è agguerritissima, dicono. Sopra la diretta video da ilfattoquotidiano.it. Si parte dopo le 22.

Sul palco l’onorevole del Pd Gianni Lolli, Stefania Pezzopane, ex presidente della provincia dell’Aquila, Gianfranco Cerasoli, responsabile della Uil Beni culturali, Giusi Pitari, esponente dei comitati aquilani e animatrice del blog Trentottosecondi, Angelo Venti, direttore di Site.it e giornalista di Libera, Antonello Ciccozzi, docente di Antropologia culturale all’Università degli studi dell’Aquila.

La7, Mentana Tg record. L’Infedele: Lerner-Gheddafi-Berlusconi, spot per la nuova stagione – VIDEO

Nel piattume generale, emergere non è neppure molto difficile. Prima riflessione a introdurre l’elemento incontrovertibile per cui, nella sfida tra emittenti – Rai, Mediaset, La7 – a colpi di auditel, pare davvero che la creatura più giovane abbia incanalato una via che promette successo di ascolti.

Gran parte del merito va a Enrico Mentana che, tornato a fare il giornalista televisivo (in veste di direttore dell’informazione della rete), ha fatto presto a mettersi in tasca i vari Augusto Minzolini e Clemente Mimun. Che gli stanno ancora davanti per numero di telespettatori calamitati davanti al rispettivo tiggì ma sui quali comincia a comparire l’ombra dell’ex Rai e Mediaset.

Tornato alla conduzione del telegiornale, infatti, Mentana ha collezionato numeri da record: il trend continua a essere in crescita, le punte massime hanno registrato oltre 4 milioni di spettatori sintonizzati su La7 per lasciarsi informare dal 55enne milanese. Un ascolto medio di oltre 2 milioni di persone, lo share è arrivato a sfiorare il 10 per cento.

Berlusconi a Bossi: “Quindici giorni per fare fuori i finiani”

La nuova sfida di Silvio Berlusconi è quella di convincere Umberto Bossi a rinunciare al voto anticipato e optare per la prosecuzione dell’attuale percorso esecutivo. La promessa del Premier, in tal senso, ha assunto sfaccettature e connotati dettagliati: quindici giorni – dice il fondatore del PdL – per assicurarci una nuova maggioranza parlamentare che non tenga più conto dell’apporto di Futuro e Libertà.

In sostanza, dice Berlusconi, “riuscirò a garantire stabilità senza dover contare sui finiani che, a quel punto, faranno quello che gli pare senza tenere in scacco il Governo“. Il banco di prova è rappresentato dal 28 settembre, giorno in cui il Presidente del Consiglio si recherà nell’emiciclo per chiedere la fiducia sul programma.

Dovesse fallire anche questo tentativo – in sostanza – allora Berlusconi cederebbe alle pressioni della Lega Nord e, tra la presa d’atto e le elezioni anticipate, il passaggio sarebbe breve, immediato, necessario. Stavolta, tuttavia, l’accondiscendenza del Senatur potrebbe anche non bastare: troppi gli elementi che portano Bossi a ritenere urgente e irrinunciabile il voto immediato, non ultimo la sensazione che – in caso di tenuta momentanea – non si farebbe che prolungare l’agonia. Rimandandola senza riuscire a risolvere il problema.