11 settembre 2010

di Joel Commenta

Sono passati nove anni dall’attentato che – l’11 settembre 2001 – colpì al cuore l’America, improvvisamente vulnerabile e terorizzata dal fatto che i confini dello Stato non fossero più sinonimo di sicurezza. Al Qaeda riuscì a minare la stabilità del sistema politico-economico a stelle e strisce (di rimando, quello planetario) decidendo di seminare panico e terrore come mai nessuno prima s’era azzardato a fare. Agendo, cioè, da stranieri su territorio nemico. Sono bastati 19 attentatori ubicati su quattro aerei per lacerare gli Stati Uniti, metaforicamente e concretamente. Il crollo delle due torri gemelle (sono rimasti, al loro posto, Ground Zero e una serie di progetti da capogiro per riqualificarne l’area), simbolo indiscusso di New York (che, di rimando, è emblema della Nazione), ha fatto il paio con le 2965 vittime accertate, il cui ricordo rimane riferimento indiscusso per non dimenticare che da allora, nulla è più come prima.

Non penso certo alle aule dei palazzi fatiscenti, alle poltorne su cui adagiano pantaloni cuciti dalle più importanti maison, ai referenti delle Istituzioni di ogni angolo del pianeta. Non penso a chi ha maggiori strumenti per capire e mostrare cognizione di causa. Nè tantomeno a coloro i quali hanno facoltà tali e virtù di spicco per riuscire a prodigarsi in analisi lungimiranti, storico-politiche, socio-economiche. E neppure a chi – le cause e le conseguenze di quanto accaduto – ha modo di gestirle, controllarle, determinarle. Allora il Presidente dell’America era George Bush, ma non penso a lui. Oggi gli è subentrato Barack Obama, ma non mi riferisco neppure all’uomo del “sì, che possiamo”.

Il pensiero va alla gente comune, alla massa. A quell’insieme di persone che compone la casistica del cittadino “medio”. Mediamente informato, mediamente interessato, mediamente coinvolto. Immaginando questo tipo di individuo – lo stesso che in ogni sondagggio (quanto contano cifre e statistiche, oggi? Ci si fa la Storia, quella grande) si colloca dove sta la maggior parte – mi viene facile assimilarlo, per modo di vivere pensare agire sbagliare includere ed escludere, al maggior numero di quelle quasi tre mila vittime che non riuscirono ad arrivare al mezzogiorno di quel giorno di settembre. E’ per questo insieme di cittadini (manco a dirlo, la maggioranza del pianeta) che nulla è stato più come prima.

Perchè coloro ai quali occorreva prestare sicurezza, non si sono pù sentiti sicuri. Chi necessitava di una guida, ha fatto fatica a trovarne una. Quanti chiedevano garanzie, non si sono più sentiti garantiti. Non solo. Coloro a cui andava offerto un futuro, non l’hanno avuto. Chi aveva il diritto di riempirsi il borsellino, ha pagato lo sciacallaggio della Borsa. Quanti insegnavano il rispetto delle libertà altrui, si son visti privare della propria. A colpi di artiglieria, a furia di allarme bomba nelle metro delle principali metropoli, di inflazioni, deflagrazioni, svilimento, impauperamento, connivenze, segreti, conciliaboli, formalismi. A furia di seminare terrore, spargere paura. Partorire dalla differenza solo insofferenza.

Nulla è più come prima per un cittadino medio (la mediocrità è ben altro) la cui finestra si spalanca su un mondo in cui i confini capaci di offrire sicurezza si rimpiccioliscono sempre più. Il senso di tutela che sapeva offrire uno Stato, lo si è man mano ritrovato in aree geografiche sempre più limitate. La Regione, la Provincia, il Comune di appartenenza (guardacaso un recente sondaggio indicava nel sindaco del proprio Municipio la figura istituzionale di cui la massa si fida maggiormente), il condominio. Poi arriva l’inquilino del terzo piano, non è più sicuro neppure il condominio. Ci si chiuda in casa. Per comunicare, si faccia introflessione. Che a simboleggiare quanto detto, arrivi ora il pastore con la faccia da sceriffo (che ha costretto lo stesso Obama a intervenire affinchè la minaccia di bruciare il Corano fosse scongiurata) non stupisce affatto. Perchè Terry Jones è il prodotto (commerciale, pubblicitario) meglio riuscito dei seminatori interessati di odio, gli stessi che hanno accettato di fronteggiare l'”altro” come fosse “nemico”. E, è evidente, tra portatori interessati d’odio e portatori sani di socialità, insite una bella differenza: passare dal primo dei due stadi all’altro, è questione di miracolo; diventare portatori interessati di odio è, purtroppo solo questione di episodi.

E se una netta maggioranza di individui non riesce a scrollarsi di dosso la paura di stringere una mano, accettare un caffè, ricambiare il buon giorno, sorridere, lasciarsi incuriosire, farsi interessare, mettersi ad approfondire, rimanere in attività fisica e mentale significa aver fallito. Nel metodo, nell’obiettivo dichiarato, nel risultato.

Nove anni, dall’11 settembre 2001. Quasi due lustri nel corso dei quali si è cercato di attribuire una fisionomia certa al terrorismo: “Al Qaeda è un nemico da sconfiggere, Bin Laden va ucciso” (ripeteva alla Nazione Barack Obama). Novantasei mesi che sono serviti a far sì che nella testa del cittadino si insinuassero parecchi dubbi rispetto a quanto accadde quel giorno. Sondaggio: quasi il 74% delle persone ha dubbi rispetto alle versioni ufficiali. Si sente l’esigenza che venga fatta chiarezza. E la stessa matura man mano che la fiducia nelle Istituzioni scompare: il pastore Jones, in un contesto simile, trova terreno fertile e rischia di trasmettere quel senso di protezione con cui l’Esecutivo non riesce a farsi percepire. La logica del reclutamento terroristico non è assai discrepante: stessi presupposti, identico modo di percepire la complessità degli eventi che si concatenano ne day by day. E se dall’altra parte del mondo un messaggio simile attecchisce maggiormente, è solo per un differente retaggio culturale.

La soluzione adottata dalla politica – post 11/9/2001 – è stata quella di scatenare la vendetta per stanare il nemico in ogni dove. Si è proceduti tra pericoli reali e immaginari, scelte doverose e incerte, morti per la causa e vittime civili. Replicando alla guerra con la guerra, il principio ispiratore era quello di colpire. Con cognizione di causa o incondizionatamente. Colpire per distruggere luoghi e persone. Ed è sembrata una replica parziale: incapace di estirpare il male alla radice. E’ servito cedere all’eventualità di qualche migliaio di morti immolati in nome dell’obiettivo per incasellare nel segnapunti parecchie migliaia di vittime avversarie. Si è combattuto a lungo, nella sostanza è cambiato poco, nella forma qualcosa si è modificato: sono cresciuti come funghi  – anche a occidente – piccoli pastori Jones che procedono con cerino e Corano minacciando atti simbolici e distruttivi. Non stupisce, se l’unica replica al terrore della più grande Nazione al mondo è quella di rispondere – a brigante – brigante e mezzo.

Gli ignari delle Twin Towers, il sangue versato a Kabul, l’innocente mutilato a Baghdad, la disperazione di Gaza, i morti di Israele. Lo show va in scena su scala planetaria, tanto c’è la tv. In un salotto le cui finestre sono sbarrate con inferriate, la cui porta è chiusa a chiave. E tra le cui mura, moglie marito e figli, si sentono al sicuro.

La svolta sarà generazionale. Contribuiranno in tal senso (e quale fattore sociale) internet – che quegli stessi limiti prova a varcarli sempre più – e una classe politica più lungimirante, meno direttamente (magari economicamente) propensa a interessi soggettivi. Le finestre torneranno ad aprirsi, i confini a espandersi a vista d’occhio. Che il cambiamento epocale possa arrivare già da Barack Obama, Abu Mazen e Benjamin Nethanyau è una speranza alla quale diventa oggi impossibile non affidarsi.

Che l’11 settembre abbia in qualche modo ingravidato la Storia e che la stessa partorisca un Medio Oriente a misura d’uomo, potrebbe anche essere. Nonostante l’assioma resti sempre lo stesso: esistono seminatori interessati di odio e portatori sani di socialità ma se passare dal primo dei due stadi all’altro è questione di miracolo, diventare portatori interessati di odio è, purtroppo, solo questione di episodi.

Sebbene sul morire e sulle modalità di piangere i propri morti, differenze tra gli individui non sembrano esservene.

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