La cimice, il corvo e la Fata Morgana

di IsayStaff Commenta

Dalle coste di Calabria e Sicilia è possibile, in particolari condizioni atmosferiche, apprezzare un fenomeno ottico definito Fata Morgana. Guardando l’orizzonte nelle giornate di grande caldo estivo si ha la sensazione che i due lembi di terra si tocchino, “annullando” temporaneamente la visione dell’acqua. Ciò è dovuto ad uno scherzo della luce che, rifrangendosi a causa dell’umidità in molteplici strati dell’atmosfera genera questa sorta di miraggio.


E’ di questi giorni la notizia del ritrovamento di una cimice in una delle stanze della Procura della Repubblica di Reggio Calabria. La stanza in questione è quella usata abitualmente dal pm Nicola Gratteri per svolgere i suoi interrogatori. Gratteri – titolare tra l’altro delle inchieste sulla strage di Duisburg nonchè sui presunti brogli sul voto estero che vedono coinvolto anche il senatore Sergio De Gregorio – è stato dunque ascoltato segretamente. Spiato.


La natura della cimice ha fatto concludere agli investigatori che lo spione è all’interno del Palazzo di giustizia: la ricezione del segnale infatti consente l’ascolto ad un massimo di venti metri di raggio dal punto in cui è stato posizionato il congegno. Le lettere anonime poi, che da qualche giorno stanno circolando sulle scrivanie di alcuni magistrati reggini la dicono lunga della delicatezza della situazione della giustizia in Calabria.


Alzi la mano chi non ha pensato al Palazzo di giustizia di Palermo di fine anni ottanta apprendendo ciò che sta succedendo negli uffici della Procura della Repubblica di Reggio Calabria in questi giorni.


Le microspie, i veleni, il tentativo di screditare il lavoro della magistratura, o solo di alcuni suoi esponenti. Confesso che ho pensato a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonio Caponnetto, e a quello che rimaneva in piedi del pool antimafia coordinato da Rocco Chinnici all’indomani del maxiprocesso. Il pool. Unico vero antidoto verificato e certificato per lavorare, al riparo da spie e veleni, nella lotta alla mafia. Certificato dai risultati ottenuti dal “maxi”, come era divenuto abituale chiamare il maxiprocesso celebrato a Palermo a partire dal 1986 che ha visto alla sbarra 475 esponenti di di Cosa nostra. Le condanne furono esemplari.


All’indomani del maxi il pool venne smembrato, ed all’opera di erosione dell’efficacia della magistratura in Sicilia si sommò il crescente clima di veleni e sospetti sull’operato di quel che rimaneva del pool. Le lettere anonime del corvo, come si firmava il mittente delle missive diffamatorie del giudice Falcone. Una lenta opera di distruzione dell’immagine – o quantomeno un tentativo di – che hanno portato all’isolamento prima Falcone, e poi Borsellino.


Una grande restaurazione in grado di ricondurre la possibilità di sconfiggere la mafia in Sicilia ad un miraggio. Vedere o sentire le dichiarazioni del pm Gratteri in queste ore non fa altro che rafforzare la sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di già visto. Il pm viene accusato di usare le intercettazioni come strumento su cui lucrare economicamente. La replica alle farneticazioni del corvo è inequivocabile

Dunque il mio ufficio paga per fare le intercettazioni la cifra più bassa d’Italia, sedici euro al giorno tutto compreso. Sono stato io a imporre questa tariffa alle aziende che lavorano per noi, e che in altre città si fanno pagare venti o venticinque euro. Ho scelto tre aziende e ho diviso il lavoro tra di loro, mentre altrove c’è chi agisce in condizioni di monopolio. Come vede, il Corvo con me non va da nessuna parte. Vivo del mio stipendio e ho appena finito di pagare il mutuo dopo ventidue anni che faccio il magistrato

E’ cominciata forse la medesima opera di delegittimazione che dovette affrontare Giovanni Falcone? Credo che sia necessario un intervento deciso delle Istituzioni affinchè – prima ancora di fare chiarezza sui fatti in questione – venga garantita la necessaria protezione a chi decide di trovarsi in prima linea nella lotta alla Ndrangheta, non ancora nei libri di storia come Cosa Nostra, nè tantomeno nei bestseller come per la Camorra ma già oggi il gruppo criminale considerato il più potente al mondo, capace di un giro di affari di decine di miliardi di euro.


Ma soprattutto in grado di ammutolire una comunità che, a parte rare eccezioni, non fa sentire la propria voce in capitolo, distratta com’è dal goffo tentativo di uscire dall’etichetta provinciale o annichilita dalla paura di guardare in faccia la realtà per come si presenta effettivamente. Forse è arrivato il momento di rispolverare “l’esperimento” di un pool antimafia vero e proprio, impermeabile dall’esterno ma libero da limiti di competenza territoriale per essere messo in condizione di combattere veramente, con qualche speranza di vincere, la guerra alla Ndrangheta.


La liberazione della Calabria non può più essere una Fata Morgana.

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