Pagare il pizzo sullo stipendio. (SUCCEDE DAVVERO).

di Francesco Giurato 1


No, non si tratta di un titolo ad effetto per attirare l’attenzione del distratto lettore del web. Come richiamato nel disclaimer del titolo, succede davvero. In Italia, naturalmente. In poche parole, gli operai di molte imprese edili siciliane dopo avere ricevuto la busta paga con assegno circolare sono “tenuti” a restituire una parte della stessa al datore di lavoro. Minchia, è proprio il caso di dire.


Il segretario della Uil di Caltanissetta, Salvatore Pasqualetto, definisce il fenomeno come la “cresta sul salario”, ovvero la “socializzazione” dei costi del racket per un’azienda. In realtà il meccanismo del pizzo sulla busta paga non è una novità. Già nei primi anni novanta nel napoletano furono arrestati alcuni imprenditori responsabili di “condividere” con i loro dipendenti i gravosi costi del racket. Nel 1997 la Dda di Palermo veniva a conoscenza del medesimo sistema messo in atto da alcuni costruttori siciliani, nella misura del 3% dello stipendio degli operai. Un vero pizzo.


Quello che preoccupa oggi sono le dimensioni del fenomeno, cresciuto nei numeri e nello spessore della mazzetta da consegnare. Per lavorare in pace. Moltissime le denunce degli ultimi anni, sempre e solo a licenziamento avvenuto. In alcuni casi – fa sapere Confindustria Sicilia – si arriva al 30% dello stipendio, o persino il 50%. I metodi di riscossione sono diversi. I fondi neri che le piccole aziende coinvolte raccolgono dai dipendenti, oltre a pregiudicare – ca va sans dir – il potere d’acquisto della busta paga dei lavoratori, finiscono anche con l’alimentare il circuito dell’usura, a cui spesso quest’ultimo deve rivolgersi per arrivare a fine mese.


Tutto questo in un periodo particolare per il mondo imprenditoriale siciliano: ricordate la notizia del provvedimento da parte di Confindustria Sicilia di espellere dall’associazione chi pagasse il pizzo? L’idea, si sa, era stata del coraggioso presidente dell’associazione Ivan Lo Bello alcuni mesi fa. E da questa linea intrapresa, alcune importanti risposte sembra stiano arrivando. A Gela, il sindaco Rosario Crocetta ha ricevuto incarico di mettere in piedi un tavolo di lavoro permanente, con l’obiettivo di fornire indicazioni utili alla presentazione di un disegno di legge da proporre in Parlamento.


Eppure, in piena bagarre elettorale per il rinnovo dei vertici di Confindustria Sicilia, sono riprese le consuete attività di ostruzionismo alla ricandidatura di Lo Bello. Come fu già per Libero Grassi, che da solo, suo malgrado, decise di abbattere il muro di silenzio su cui poggia la costruzione delle fortune dei boss, alla vigilia della sua possibile riconferma Lo Bello è costretto a confrontarsi con lo stesso muro. Alcuni colleghi hanno rilasciato dichiarazioni dal tenore spettrale, secondo cui la lotta al racket sarebbe solo un modo per farsi pubblicità

Lo Bello? Non lo votiamo. Troppo monotematico con questa sua fissazione sul pizzo

Che dire. Solo che non possono che tornare alla mente le disgraziate parole di Leonardo Sciascia, allorquando decise incautamente di scagliarsi contro i “professionisti dell’antimafia”. Così vennero definiti dallo scrittore siciliano i giovani magistrati che avevano deciso di dire basta all’immobilismo che avvolgeva ogni vicenda in qualche modo legata alla criminalità organizzata. Tra questi professionisti, Paolo Borsellino.

Commenti (1)

  1. è una situazione drammatica, a tratti irreale, ma ahinoi fa parte dell’amaro mondo del lavoro in cui versa l’Italia e, in specie, il meridione.
    come spesso succede se ne parla poco, pochissimo perchè, in fondo, dell’operaio nn frega niente a nessuno.

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