Once upon a time: Bob Kennedy

di Angela Gennaro Commenta



Robert Francis Kennedy. Lo chiamavano Bob, o Bobby . E’ nato a Brooklyn il 20 novembre 1925. Ed è morto a Los Angeles, il 6 giugno 1968. Tra tre giorni, 40 anni. Figlio di Joseph P. Kennedy e Rose Fitzgerald e fratello di John Fitzgerald Kennedy.


Il nostro benessere, scrive:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle […]. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. […] Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani


Questo, in tempi di Conferenza FAO.


A RFK non piaceva la Guerra in Vietnam. RFK sosteneva i diritti civili. Nel 1964 venne eletto al Senato e nel 1968 annunciò la propria candidatura alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Candidato col Partito Democratico. Ad appoggiarlo c’erano i pacifisti, i nonviolenti e i neri. Anche dopo l’assassinio di Martin Luther King. Lo si vede nel video: quel giorno chiese la riconciliazione tra le due parti. Come spesso accadeva nei suoi discorsi, anche qui ritornano parole precise. Compassione. E amore. Poteva diventare Presidente.



Lo hanno ucciso due mesi dopo la morte di Martin Luther King.


Era il 5 giugno 1968 all’Ambassador Hotel di Los Angeles. Incontrò i suoi sostenitori per festeggiare la vittoria elettorale alle primarie. Nella cucina dell’hotel vennero sparati colpi di pistola. Durante la diretta televisiva, come si vede. Contro Kennedy. Una pallottola al cuore: Bob morì due giorni dopo all’ospedale, all’alba del 6 giugno, all’età di 42 anni. Si narra e si dice che le sue ultime parole siano state:

Gli altri stanno tutti bene?


La mano che avrebbe sparato è stata quella di Sirhan B. Sirhan, un giordano di origine palestinese, subito arrestato e condannato. Ma. Teorie complottistiche, anche sulla falsariga emotiva dell’assassino del fratello John e del particolare periodo, hanno parlato, per Sirhan, di un vero e proprio lavaggio del cervello. Alcuni ipotizzarono il coinvolgimento di terroristi palestinesi o della CIA.


Did the CIA kill Bobby Kennedy? L’articolo del Guardian è del 2006, a firma Shane O’Sullivan. Qui una traduzione.


Uno dei figli di Bob Kennedy, al momento dell’assassinio, si trovava davanti alla televisione, alla dirtta. Non si riprese mai più allo shock. Morirà per overdose di droga.


L’uomo che rinunciò a fotografare Bob Kennedy da vivo, che abbassò l’obiettivo per timidezza e cortesia, sarebbe stato l’unico capace di raccontare il lungo addio che il popolo americano gli tributò per 328 chilometri di ferrovia in un sabato pomeriggio del giugno 1968. Paul Fusco aveva trentotto anni quel giorno, quando il feretro di Robert Francis Kennedy partì da Penn Station, a New York, per arrivare alla Union Station di Washington. Il candidato democratico era morto due giorni prima a Los Angeles, colpito da un proiettile al cuore mentre festeggiava la vittoria alle primarie della California. Il funerale si tenne a Manhattan, nella cattedrale di St. Patrick, poi la bara venne caricata su un treno di dieci vagoni che la portò alla destinazione finale: il cimitero di Arlington, dove Bob Kennedy venne sepolto poco lontano dal fratello John.


Paul Fusco, fotografo di Look Magazine, all’epoca. Tre macchine fotografiche e trenta pellicole a colori. Poche. Potevano non bastare. Davvero. Racconta, lo riporta Repubblica nei giorni scorsi:

Nell’ultimo vagone i servizi segreti decisero di mettere la bara di Bobby, la appoggiarono per terra, poi dissero ai familiari e agli amici di prendere posto nella penultima carrozza. Erano loro ad aver preso il comando del treno e non volevano discussioni. Ma i ferrovieri pensarono che sarebbe stata un offesa alla folla che attendeva e appena il convoglio cominciò a muoversi la sollevarono e la appoggiarono sugli schienali dei sedili. Era una sistemazione instabile e precaria, ma così il feretro si poteva vedere attraverso i finestrini


Delle foto incredibili.

Era l’8 giugno, un giorno caldissimo, un anticipo d’estate. Il viaggio durò più di otto ore attraverso cinque Stati: New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e Maryland. Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell’America, è durato un’intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train


Paul Fusco, la Magnum, la leggenda. Come una leggenda – meno conosciuta, forse – fu quel funeral train. Fusco ha scattato duemila fotografie. Fino ad oggi se ne conoscevano solo 53. Altre 1800 sono ora sbucate fuori dagli archivi della Biblioteca del Congresso a Washington.

Quel giorno non dovevo lavorare, ma vivevo a Manhattan e decisi di passare in redazione. Gli uffici di Look erano su Madison Avenue, proprio alle spalle di St. Patrick, i colleghi erano tutti in silenzio, si respirava un’angoscia fortissima. Mi siedo. Bill Arthur, il direttore, mi vede e mi chiama nella sua stanza: “Paul vai a Penn Station, porteranno la bara di Kennedy a Washington. Sali su quel treno”. Non aggiunse una parola, non disse cosa voleva, che tipo di foto, se aveva delle idee, nulla. Io non chiesi nulla, allora funzionava così, presi le pellicole, attraversai la strada e mi fermai per mezz’ora fuori dalla cattedrale. Poi camminai veloce fino alla stazione. Trovai subito il treno, era circondato dagli uomini del secret service. Era un convoglio speciale: non ho mai capito se fosse stato organizzato dal governo o dalla famiglia. Mostro il tesserino e salgo, un agente mi mostra un sedile dell’ottavo vagone e mi dice: “Siediti qui e non ti muovere”.”Non sapevo cosa fare, pensavo che a Washington e poi al cimitero di Arlington avremmo trovato decine di colleghi e di telecamere ad aspettarci, avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia


Io amo i racconti dei fotografi. Perdonate. Le foto sono da vedere. Aiutano a capire.


Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: “Dai, scatta, scatta, scatta”


Look magazine non pubblicò quelle foto. Leggi mediatiche. Life era uscito prima con le foto della morte e dei funerali, quindi a Look si optò per uno speciale sulla vita di Bob Kennedy. Un reportage andato a finire in archivio. Poi, tre anni dopo, Look chiuse per una crisi economica e di pubblicità.


Io mi portai a casa un centinaio di stampe e non mi sono mai dato pace che non fossero state pubblicate. Ho dovuto aspettare trent’anni per vederle stampate. Le proposi al primo anniversario, al secondo, poi dopo dieci anni, venti, venticinque. Nel frattempo ero diventato uno dei fotografi di Magnum ma ogni volta che c’era un anniversario tondo cominciavo il mio giro di art director, quotidiani, riviste. Nessuno le voleva, tutti mi dicevano di no. Nel trentesimo anniversario, era ormai il 1998, provo a chiamare Life, che era diventato un mensile, ma rispondono che non interessava. Torno sconsolato qui nella sede di Magnum e mi fermo a parlare con una giovane ragazza che era appena stata presa come photo editor, Natasha Lunn. Le dico sconsolato: “Sono trent’anni che vado in giro con questo lavoro, ma cosa devo fare per vederlo pubblicato?”. Mentre lo sto per rimettere via lei mi stupisce: “Io lo so, fammi provare” e telefona a George Magazine, il mensile del giovane John John Kennedy, il nipote di Bobby. Impiegò solo due minuti a convincerli e finalmente io vidi le mie foto pubblicate


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