Obama chiede al Consiglio il via libera ad attaccare la Siria

di Roberto Rossi Commenta

 Nell’atteso discorso di ieri, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato di essere pronto a deliberare l’attacco verso il regime siriano, dopo aver sentito l’opinione del Congresso a riguardo. Un attacco che il presidente non sembra essere molto propenso a lanciare, tanto da richiedere una sorta di “legittimazione” politica e sociale all’organo maggiormente rappresentativo dell’opinione pubblica.

Il voto del Parlamento americano fornirà maggiore forza a un eventuale attacco ma, di contro, rischia di dare un segnale di chiara debolezza da parte dell’amministrazione Obama che – se da una parte ha deciso di agire – dall’altra parte ha consegnato il cerino al Congresso.

Insomma, in altri termini le maggiori preoccupazioni di Obama sembrano essere indirizzate all’individuazione di un giusto equilibrio tra il mantenere fede alle minacce espresse nel corso degli ultimi giorni e rispettare la legalità internazionale (e in particolar modo le regole Onu, organismo che per il numero 1 della Casa Bianca ha tuttavia perso il giusto dinamismo sul fronte decisionale). Preoccupazioni che, tuttavia, corrono il rischio di complicare e non poco l’evoluzione della vicenda: il Congresso Usa riaprirà i battenti solamente il 9 settembre e, in mezzo, Obama dovrà porre la questione siriana sul tavolo del G-20 che si riunirà a metà della prossima settimana a San Pietroburgo (come peraltro desiderato dal premier italiano Enrico Letta).

L’appuntamento del G-20 sembra dunque poter costituire un primo lasciapassare all’intervento militare in Siria: il consenso internazionale potrebbe comunque non essere sufficiente, visto e considerato che in patria lo schieramento che si sta opponendo all’intervento militare sta prendendo piede, e che un discreto numero di parlamentari a stelle e strisce, pur di evitare l’intervento contro Assad, sceglieranno di aggrapparsi alle aperture o agli spiragli di dialogo che nei prossimi giorni potebbero essere riproposti.

Da valutare altresì la posizione dei principali partner europei, che difficilmente sceglieranno di intervenire senza la guida americana.