Così Copenhagen brucia i rifiuti con tecnologia made in Italy

di Francesco Giurato Commenta


Tratto da “Voglia di cambiare”, di Salvatore Giannella, Chiarelettere editore, € 13,60.


Per chi arriva a Copenhagen, una foto d’obbligo è davanti alla Sirenetta, in porto. Ebbene se alzate gli occhi al di sopra della statua simbolo della capitale danese, vedrete su un’isola sita un chilometro dopo il braccio di mare, le ciminiere di un inceneritore. Qui i danesi bruciano quel poco (trenta per cento) di rifiuti che non riescono ad imbrigliare nella pratica delle “4 R” raccomandata dall’Unione europea: e cioè la riduzione, raccolta differenziata, riciclaggio, recupero dell’energia. Lo bruciano con tecnologia made in Italiy: infatti l’impianto fu costruito nel 1995 dai genovesi dell’Ansaldo Volund.


‘Ogni volta che rifletto su questa realtà, io che sono originaria di Napoli vengo presa da rabbia e tristezza’ mi confida in una pizzeria nella cornice del grande parco di divertimenti Tivoli, Grazia Mirabelli, la presidente del Comites nella capitale danese, che conta ben 4250 nostri connazionali iscritti. ‘Ogni giorno la televisione rovescia nelle nostre case, anche quassù, le tragiche immagini dell’emergenza rifiuti che sta mettendo in ginocchio Napoli e la Campania e con loro purtroppo l’immagine della nostra stessa Italia. E allora mi viene da urlare al presidente della regione Antonio Bassolino, e al sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino: Venite quassù, venite a vedere come gli italiani hanno aiutato i danesi a risolvere il loro problema senza creare allarmismi e a raccogliere lusinghieri bilanci di ogni tipo, a partire da quelli turistici’.


Al momento del commiato Grazia non era più tanto pessimista: ‘Succede che l’ambasciatore italiano a Copenhagen, Roberto Di Leo è andato in pensione nell’estate del 2007 ed è andato a fare il consigliere diplomatico: indovinate di chi? Proprio di Bassolino. Per dirla con Nino Manfredi: Fusse che fusse la vorta bbona…’. Un orizzonte di ottimismo che purtroppo si è rivelato infondato. Abbiamo ancora negli occhi lo sbocco tragico dell’emergenza rifiuti del gennaio scorso: un’ emergenza che dopo quattordici anni, 780 milioni di euro ingoiati l’anno, un bilancio fallimentare di quindicimila miliardi in dieci anni, è normalità quotidiana. No purtroppo l’Europa non abita più a Napoli.

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