Alcune considerazioni sulla terza Repubblica

di Francesco Giurato Commenta

Il risultato del voto politico di domenica e lunedì non ha semplicemente, come segnalato da più parti, sancito il ritorno al potere dell’immarcescibile Cavaliere. L’esito del voto ha scatenato un vero e proprio cataclisma politico.


Innanzitutto ha segnato il definitivo superamento della II Repubblica e del suo bipolarismo di cartapesta, inaugurato quindici anni fa e raramente dimostratosi all’altezza della situazione. Una situazione anomala, a cui si era tentato di rimediare con il referendum maggioritario del ’93, per ridurre la frammentazione di partiti, e che ha invece prodotto l’effetto contrario, trasformando le due coalizioni in veri e propri cartelli elettorali.


Contenitori di consenso incapaci di trovare una sintesi programmatica al loro interno, incapaci di fare “reggere” i governi degli ultimi anni, incapaci di rispondere alle esigenze dell’elettorato che li ha sistematicamente bocciati. In una parola, incapaci.


All’indomani di ogni tornata elettorale ci siamo trovati a fare i conti con le contraddizioni interne alla coalizione vincente, esaltate dalle profonde differenze presenti in entrambi gli schieramenti. Insomma, uniti si vince, ma poi non si governa. Dopo quindici anni di esperimenti il mondo politico italiano sembra avere capito la lezione. Dal maggioritario di coalizione al proporzionale puro ce ne passa, ma – ode al pragmatismo italico – in men che non si dica, gli eserciti monolitici di solo due anni fa hanno rotto gli indugi e deciso di marciare stavolta ognuno per conto proprio. O quasi.


Il risultato si chiama III Repubblica. Da 20 partiti a 2 coalizioni e ritorno in un decennio o poco più. Più emozionante delle montagne russe. Ma stavolta, gira che ti rigira, ci è scappato il morto. Ma andiamo per gradi.


Quattro partiti in Parlamento, dico quattro, ad essere generosi cinque. Quando Fini e Berlusconi decideranno se sbarazzarsi o meno di AN per creare ufficialmente il partito unico di centrodestra, saremo più precisi con le cifre. Per intanto qualcosa la sappiamo già.


Si sa che il Cavaliere si appresta a governare questo paese per la terza volta in quindici anni incassando un “condono tombale”, stavolta da parte degli italiani, sul suo passato da Caimano e sul giudizio delle sue precedenti esperienze a Palazzo Chigi. Si sa anche però che stavolta la farina non ce l’ha portata solo lui. Anzi. La Lega, forse la vera vincitrice delle elezioni, rientra nell’odiato Palazzo romano, con l’intenzione forse di starci giusto il tempo delle riforme – come ha sempre affermato il suo leader la Lega è un partito di scopo – per poi tornare nella agognata Padania libera. Si accomodino.


E tutto questo perchè il Cavaliere ha vinto sì le elezioni, ma lo ha fatto dopo avere perso la campagna elettorale. Si aggiunga, che nel confronto con il 2006, i voti alla Camera sotto la voce PDL dicono -2%. Il concomitante exploit padano (+4%!!!), unitamente alla disastrosa prestazione della Sinistra l’Arcobaleno (-7%!!!), fanno il resto. Già, la sinistra. Che, a quanto pare di capire, non serve più. Non ci giurerei.


Anzi non mi meraviglierei affatto se da queste ceneri, la base degli elettori la facesse risorgesse a nuova vita. In piazza. Sta adesso a Ferrero, ma soprattutto a Vendola, indicati da più parti come gli unici in grado di confrontarsi per capire cosa fare ad esempio della rappresentanza dei lavoratori di questo paese. Certo, il fatto che il loro ormai ex leader abbia atteso i magrissimi risultati dello spoglio in un Hard Rock Cafè un po’ impressione fa. Lavoratori che, a quanto pare, al nord si sono incredibilmente rifugiati nelle strette maglie dei celoduristi padani.


Bossi ed i suoi sono riusciti ad intercettare il malumore nordista del dopo Prodi (ma forse anche del dopo Berlusconi II…) e hanno mirabilmente – politicamente parlando – cavalcato la protesta per i casi Malpensa ed emergenza rifiuti in Campania, agitati – questi sì – come fucili prima della battaglia. Comunque sia, nonostante la larga maggioranza alla Camera – ma anche al Senato (30 senatori Prodi se li sogna la notte) – il Cavaliere è chiamato ad un compito non facile.


Innanzitutto per la crisi americana, le cui conseguenze prima o poi ci cascheranno addosso – e noi le spalle tanto larghe da sopportarne il peso non le abbiamo – ma anche per questa golden share – come hanno detto quelli bravi – in mano alla Lega, reale artefice del distacco siderale inflitto al PD (che conferma la regola che lo vuole in crescita quando perde e viceversa) nei due rami del parlamento con il suo 8,6%, e che presserà per le riforme senza accettare le soluzioni palliative delle passate legislature. Ma anche per la presenza di PD e IDV pronte a dare battaglia e a cooptare la ristretta UDC con la forza dei programmi.


Dopo essere stato per tre volte nella polvere e tre volte sull’altare, se per Silvio Napoleoni sarà vera gloria, ce lo diranno i posteri.


D’altro canto lo ha già candidamente dichiarato ieri subito dopo avere appreso il risultato

Voglio entrare nella storia

Sarà Austerlitz o Waterloo?

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