Out of order

di IsayStaff Commenta



Tempi magri per l’immagine dell’Italia nel mondo e nei confronti di se stessa. Tra le tante, quella più drammatica è l’immagine tutta italiana delle morti sul lavoro.


Beninteso, e banalmente, in questa faccenda il problema non è certo la figuraccia all’esterno e all’interno. Ma comparare le cifre italiane a quelle estere dà, ulteriormente, la cifra di uno sfacelo. Il numero degli infortunati, è in calo, ma resta improponibile. elevato. Tra il 1995 e il 2004 gli incidenti si sono ridotti del 25,49%. Ma siamo ancora lontani dal trend europeo, che invece si assesta a quasi il 30%. Quindi, a conti fatti, l’Italia, in Europa, è tristemente prima per il numero di morti bianche che si verificano.


A riportare l’attenzione su una tematica che così tragicamente ha chiuso il 2007 – vedi Thyssenkrupp – ci pensa il Secondo Rapporto dell’Anmil sulla tutela delle vittime del lavoro. Documento che definisce il fenomeno, senza mezzi termini, Effetto perverso profondamente innervato nel modo di produzione. Un effetto cui vengono opposti ancora scarsi e inefficaci interventi di controllo e prevenzione.

Se si guarda all’Europa, particolarmente interessante è il caso della Germania. Qui , dove il numero di vittime si è quasi dimezzato, scendendo del 48,3%. Anche la Spagna (ormai incubo reale nelle ansie da prestazione economica del Belpaese) ha registrato un ottimo successo, con un decremento del 33,64%. Tutto questo e molto altro è presente nel rapporto dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi sul Lavoro, appunto, dal titolo: Tutela e condizione delle vittime del lavoro tra leggi inapliccate e diritti negati. Il documento è stato presentato oggi al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Che, bisogna dirlo, tra la rinuncia di Marini e il rapporto in questione, deve aver passato una giornataccia.


L’Anmil ha analizzato anche il settore degli incidenti non mortali: neppure qui la situazione accenna a migliorare. C’è, infatti, denuncia l’associazione, tutto un mondo nascosto di incidenti che non vengono denunciati da chi è impiegato nell’ambito del lavoro nero, e che quindi rendono le stime ufficiali meno drammatiche ma affatto reali. L’Inail, al merito, parla di almeno 200 mila casi in più.


Sono numeri che fanno paura. A morire di lavoro sono in più di 1000 all’anno, su un totale di un milione di incidenti. Non dovessero bastare questi numeri alla vergogna più totale, l’Anmil fa anche notare che la riforma realizzata con il decreto legislativo 38/2000 ha introdotto, in via sperimentale, la copertura del danno biologico. Il che, per l’associazione, nella realtà ha portato a un netto ridimensionamento del livello delle prestazioni in rendita se non addirittura la trasformazione dell’indennizzo da rendita, a capitale liquidato una tantum.


La legge 123/07, che prevede nuove norme in materia di sicurezza sul lavoro, è entrata in vigore già da cinque mesi. Eppure, sottolinea il rapporto, i coordinamenti provinciali delle attività ispettive ne stanno appena sonnecchiosamente prendendo atto. Il personale impegnato nella prevenzione infortuni – e questi sono numeri che fanno veramente e tragicamente ridere – tenendo la scansione temporale attuale della sua attività, per controllare tutte le aziende ci impiegherebbe 23 anni. Una bazzecola, decisamente. Parlare di prevenzione, poi, è come parlare di forme di vita sulla Luna.


Eppure la prevenzione è proprio tra i rimedi indicati, natiralmente, dall’associazione per ottenere finalmente risultati reali. Insieme a controllo, sanzioni adeguate alla gravità ed alle conseguenze dei comportamenti, organizzazione di un apparato amministrativo e giudiziario idoneo, nonchè campagne si sensibilizzazione a profusione. Solite basi di civiltà che guarda caso mancano.


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