Limitare le intercettazioni telefoniche. Cui prodest?

di Francesco Giurato 1

Ieri mattina uscendo di casa la mia attenzione, benchè ancora intorpidita dal sonno, è stata rapita da un particolare inedito per l’androne dello stabile in cui vivo attualmente. Sotto le cassette della posta, una pila di quotidiani caldi di stampa. Una cinquantina di copie del quotidiano nazionale Il Tempo giacevano lì per i condomini. Duecento metri risparmiati, passo più passo meno, per sapere cosa succede intorno a noi. Il fascino della copia cortesia – leggasi omaggio – fa il resto e se qualcuno tra i miei condomini ha avuto la tentazione di prendere quella copia e poco tempo per informarsi, beh il gioco è fatto.


Il gioco di cui parlo si chiama disinformazione. Il quotidiano romano in questione – liberissimo di dire ciò che vuole naturalmente – titola come raffigurato dall’immagine qui sopra. Vogliono continuare a spiarci. La comunicazione politica, si sa, ha le sue regole ma su questioni tanto delicate occorrerebbe a mio avviso maggiore cautela. Ma soprattutto sarebbe necessaria più chiarezza. La polemica forse è strumentale – come alcuni esponenti della stessa maggioranza hanno lasciato intendere sostenendo che la decisione in materia verrà presa dal parlamento – ma dà la possibilità di porsi alcune domande.


Negli ultimi due anni numerose sono state le pubblicazioni che i giornali hanno messo a disposizione dei lettori, delle intercettazioni telefoniche che avevano per protagonisti personaggi del mondo della televisione, della finanza, della politica. La non rilevanza penale fu la clava per demolire – politicamente parlando – la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali per questioni di privacy. Era l’epoca del Prodi II, ed in piena bufera Why not pensammo di avere toccato il fondo. Ci sbagliavamo.


Le affermazioni del Cavaliere – indagato tra l’altro a Napoli per la vicenda delle presunte segnalazioni, diciamo così, di ragazze da inserire in Raifiction – degli ultimi giorni in materia anticipano il peggio, ricalcando un copione già visto: spararla grossa e vedere come la prende la gente. Dopo le canoniche quarantott’ore di decantazione si vedrà. Ma non si era parlato di “semplici” sanzioni per l’editore che pubblica? La magistratura che c’azzecca, direbbe il buon Di Pietro, che aggiungerà immancabilmente: qui si sta buttando il bambino insieme all’acqua sporca. Come dargli torto? In breve, come al solito, i fatti.


Il ministro della giustizia, Angelino Alfano, annuncia la già paventata stretta sulle intercettazioni. Non sulla “semplice” pubblicazione, avete capito bene, ma la loro definitiva scomparsa tra gli strumenti di indagine a disposizione degli inquirenti. Tranne – si è annunciato – per i reati di mafia e terrorismo, per farla breve. Costano un terzo del bilancio della Giustizia, dice. Siamo tutti spiati, aggiunge, dopo avere incassato la gelida indifferenza della società civile. La risposta motivata e indignata dei magistrati trova poco spazio nei tiggì, che riassumo l’opposizione delle toghe in un laconico Non ci stiamo.


Le ragioni del no però emergono con forza devastante proprio dai fatti. Lo strumento delle intercettazioni come sancito dagli articoli 266-271 del codice di procedura penale certamente necessitano di una corretta applicazione. Troppe volte – sembra di capire – le prescrizioni in capo ai pm non vengono rispettate, per tempi modalità e numero di richieste. Occorrerebbe sicuramente maggiore riserbo da parte degli organi inquirenti allo scopo di evitare fughe di notizie. Necessario poi, sempre a proposito di privacy, provvedere alla distruzione tempestiva del materiale ritenuto non rilevante ai fini delle indagini. Insomma, ci sembrano in definitiva appropriate le istanze di chi chiede una riforma della disciplina. Ma una sua limitazione proprio no.


Questa equivarrebbe di fatto alla resa dello Stato di fronte ad una miriade di reati. Qualche banale esempio. Per i casi di omicidio, rapina, molestie, ricerca dei latitanti, niente più intercettazioni. Tradotto, impossibilità da parte degli inquirenti di perseguire tali reati. L’estorsione, per dirne un’altra, sarà difficilmente dimostrabile senza la possibilità per i pm di disporre di intercettazioni ambientali a carico degli indagati. I reati commessi all’interno della pubblica amministrazione: corruzione, concussione o turbativa d’asta saranno polverizzati da quello che si prefigura come il colpo di spugna 2.0, dopo quello raccontato ieri. Sui reati di natura finanziaria stendiamo un velo pietoso: sarebbe più che un’amnistia.


Parlavamo del primato della politica e della sua reale natura. Ci ritroviamo solo ventiquattr’ore dopo a commentare le accelerate decise dell’ultimo esecutivo Berlusconi. Il primato adesso sembra rafforzarsi e il distacco appare ormai incolmabile.


Ma la domanda è: cui prodest?


Per la cronaca, alla luce della disciplina delle intercettazioni come immaginata dall’esecutivo Berlusconi, l’orrore apparso questa mattina su tutte le prime pagine dei giornali – o almeno su quelli non impegnati a tifare per il blackout delle intercettazioni – della clinica Santa Rita di Milano non sarebbe stato scoperto. Per esempio.

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