Legge 112 del 3 maggio 2004, ovvero la legge Gasparri

di IsayStaff Commenta

Si può discutere – ed infatti ne se discute – dell’effettivo vantaggio arrecato dall’essere proprietario di TV, quotidiani, periodici e quant’altro. Si può discutere altrettanto – ed anche qui il dibattito è sempre aperto – dell’effettiva volontà di intervenire sulle scelte del proprio pubblico, per fini diversi da quelli commerciali e connessi all’attività di editore. Si può discutere infine dell’opportunità che sempre più voci siano rappresentate attraverso i media che informano le persone di quanto accade. Si può discutere, in una parola, del pluralismo. In Italia lo si fa da anni, per televisione. Gli italiani lo fanno in TV, insomma.


Non esiste focolare italico che non veda, seduto a capotavola, il televisore. Attraverso il tubo catodico si è fatta l’Italia e si è fatto l’italiano, grazie allo yankie Bongiorno ed al suo Lascia o Raddoppia. L’invasione delle TV private poi ha finito con lo sconvolgere il panorama che i telespettatori si erano trovati davanti fino a quel momento, abituati com’erano a carosello, sceneggiato e buonanotte. L’ingresso della TV cosiddetta commerciale ha aperto nuovi orizzonti all’intrattenimento, imponendo col tempo il suo predominio indiscusso rispetto agli altri media tradizionali. I giornali sono out, internet è ancora off limits, la TV è ok.


E’ divenuto così centrale nel nostro paese il problema di regolamentare, in qualche modo, il mercato dei media. Esattamente dalla discesa in campo in politica del cavalier Silvio Berlusconi, all’epoca sottotitolato tycoon dell’editoria; in parole povere un asso pigliatutto del settore.


La preoccupazione di molti andò subito al conflitto di interessi che avrebbe coinvolto Berlusconi, anche perchè la legge che tre anni prima aveva fotografato la situazione del mercato radiotelevisivo italiano – secondo molti – aveva favorito il cavaliere nei confronti dei suoi concorrenti della galassia delle TV private. La legge era la Mammì, dal nome del suo primo firmatario, e non a caso venne definita legge Polaroid.


Il tetto fissato dalla legge dell’epoca fu comodo per il cavaliere che, come unica rinuncia, dovette cedere Il Giornale. Al fratello Paolo (!). Su tale presupposto, e proprio quando era divenuto impossibile rimandare la questione, al momento giusto, il governo Berlusconi II ha varato le nuove Norme di principio in materia di assetto del sistema radiotelevisivo e della RAI Radiotelevisione italiana S.p.A., nonché delega al Governo per l’emanazione del testo unico della radiotelevisione. La famigerata legge Gasparri.


Per intenderci, una legge che il Capo dello Stato ha dovuto rispedire al mittente anzichè firmarla a causa di sospetti di incostituzionalità. I 3 punti essenziali della legge sono presto detti. Definizione del “SIC” (Sistema Integrato delle Comunicazioni), che comprende stampa quotidiana e periodica; editoria (…) anche per il tramite di Internet; radio e televisione; cinema; pubblicità. I soggetti non possono conseguire, né direttamente, né attraverso soggetti controllati, ricavi superiori al 20% dei ricavi complessivi del sistema integrato delle comunicazioni. Lo switch-off del digitale terrestre va realizzato entro il 31 dicembre 2006.


Senonchè, il SIC allarga la capacità di raccolta pubblicitaria, prevedendo un recinto maggiore entro cui effettuare detto raccolto. Ovvero mentre prima la Mammì consentiva a ciascun editore la possibilità di accaparrarsi fino al 30% di ciascuna “fetta” – TV, giornali, radio – adesso ogni “tycoon” si può prendere il 20% di tutta la “torta”. Non so, fate voi.


Dunque una legge che, non solo non sana la condizione di vantaggio che Berlusconi può vantare nei confronti dei suoi competitor privati, ma rafforza in definitiva il duopolio RAI-Madiaset. La completa assenza di norma sul riordino delle frequenze ed il sempre minore spazio lasciato alla raccolta pubblicitaria della carta stampata sono le critiche che completano i commenti sulla legge, che ha ricevuto nel luglio 2007 anche la bocciatura dell’Unione Europea.


Dal gennaio 2009 l’Italia, in assenza di un riassetto sulla base delle indicazioni dell’UE, dovrà pagare una multa. Questa sarà applicata a partire da gennaio 2009, retroattivamente al 2006, quindi la stima iniziale della multa è tra 328,5 e 438 milioni di Euro.


E nel frattempo un tale Di Stefano, con regolare concessione pagata allo Stato, sta a guardare.


La sua TV, in mano a Berlusconi.

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