Io bloggo da sola

di Angela Gennaro 2



L’altro giorno, mio papà è tornato a casa con un paio di fogli stampati da Internet. Con questo. Mi infila i fogli sotto al naso senza dire nulla e va via – a procacciare del cibo data l’imminente ora di pranzo.


Comincio a leggere. Mi viene un brivido, mi vergogno, arrossisco, inizio a emettere suoni. Inizio a pensare tra me e me “Oh mamma ma questa sono io, come ha fatto papà a trovare il blog???“. Perchè sono sempre stata inspiegabilmente timida con i miei, genitori splendidi. E allora mi sono sempre vergognata se qualcuno di così vicino potesse leggere un mio sfogo altrimenti pubblico. Pubblico, ma non per il privato. Sono schizofrenie moderne, credo.

Comunque leggo. Due righe dopo lentamente affiora il dubbio ah no. forse non sono io. Eppure mi sembrava proprio quel post scritto tempo fa. Non lo era. Anche stilisticamente è diverso. Ma mi è apparso così familiare, nelle paroleopereeopinioni, da confondermi con me stessa.


Ho recuperato il papà che aveva procacciato il cibo – colto con le dita nella marmellata – che mi ha detto, candido:

E’ tuo? No vero? Sembri tu

Al che, due sono le considerazioni da farsi. 1. Papà smanetta confortevolmente in Rete, tra blog e dintorni, il che è fantastico data la naturale ritrosia di fronte a Internet di cui soffrono a tratti le non-internettiane generazioni.


2. Ah pà, magari pubblicassi su Kataweb.


Però ci ho pensato. Mi sono andata a guardare la faccenda. Lei mi piace, lei è me, e io all’epoca non sono stata affatto originale. E non c’è colpa. L’umano ha caratteristiche in comune. Tra le quali le reazioni non uguali ma a volte simili di fronte ad analoghe situazioni.


Me lo leggo e me lo rileggo, questo Finale precario.

Tanto prima o poi finisce tutto

è una frase che – sono certa, potrei giurarci – ho usato tale e quale anche io nella mia vita. Forse su un diario, su un MySpace, su un qualcosa? Ma l’ho usata. Così com’è. In un non precisato passato.

Tanto prima o poi finisce tutto

Verità percepita da quest’epoca bastarda. O verità puntoebasta.


Pensi a quanto sia bello svegliarti la mattina e andare in una redazione a scrivere di ciò che ti piace. Confrontarti e pensare. Aspettare che arrivino le idee, svilupparle. Se sei nervoso ti passa tutto appena incontri i tuoi colleghi



San Precario è una genialata. Tornando alla nostra, viene da riflettere su alcune faccende bizzarre.

Hai il terrore che tutto ritorni come prima. Che guadagni ma da freelance, tu e il tuo lavoro. Senza persone intorno. Penso che la cosa più alienante di questa epoca sia il lavoro da casa. Certo non puoi lamentarti perché hai uno stipendietto, ma tutto dipende dalla tua voglia di fare. Dalla tua forza e non puoi permetterti di essere triste e scoglionato. Ti manca il contatto umano, pagheresti oro per prendere un caffè alla macchinetta…

Ed è vero. Dalla prima all’ultima parola. Pagheresti per sentirti dire di persona che hai fatto un errore. Pagheresti per non ricevere 20-30 chiamate al giorno dalla stessa persona che ti “coordina”, ma accetteresti di avere la stessa persona a stretto contatto. VORRESTI IMPARARE. Uscire alle 9 di sera dalla diamine di redazione. Vedere la gente, bella e brutta, in faccia. E TI SENTI TERRIBILMENTE IN COLPA perchè non dovresti lamentarti, uno stipendietto – corretta definizione – ce l’hai, e non è da tutti. Perchè hai anche avuto modo di ascoltare proposte di lavoro a costo zero (per loro) per sei mesi o su di lì. Eh, ma io come mangio nel mentre? Come pago l’affitto?


Alcuni commenti a quel post fanno riflettere.

Non troverai la soluzione che in te stessa… E sono sicuro che sarà certamente quella giusta…!

Già.

Precario? Redazione? mia sa che abbiamo una frammentarietà in comune. Io sono stato precario per una dozzina d’anni, pubblicista dal ‘90, ho orbitato attorno a contratti da praticante senza mai avere quella fortuna. Ho fatto di tutto, fotografo, redattore fotografico, speaker, autore testi, regista, servizi TG, radio, settimanali, mensili, quotidiani, tanti uffici stampa. Ora uffici stampa istituzionali. Ogni volta che finivo un contratto, mettevo da parte una esperienza, ma lasciavo rapporti umani. Molti ripresi con il tempo, contatti giornalistici che ritornano utili. Ma la precarietà ti rimane dentro, e le cose della vita non sono a tempo determinato! Ci hanno abituato lentamente a pensare che deve essere così. Io non ci sto. In bocca al lupo

Contatto umano zero, luce del sole dimenticata per giorni, piccola civetteria del vestirsi e truccarsi nisba. Ritmi vitali sovvertiti del tutto.
Non ne posso più. Sento che sono arrivata al colmo della misura, ma non so come uscirne. Mando decine di CV, dico a chiunque conosca di aiutarmi a trovare lavoro, ma intanto ogni giorno passa uguale a un altro, senza gioia, con un dolore ormai muto per la sua stessa abitualità.
Voi dite che la soluzione è in noi stessi. Ok. Ma se nessuno ci dà un’opportunità, decide di darci fiducia, come si fa?

E non si può aggiungere altro.


Anzi sì, ben due.


1. L’omogeneità del sentire teleprecario stanca. Si vorrebbe cambiare registro. 2. Mando il link a papà.


Commenti (2)

  1. Ciao, ho letto il tuo post sul mio blog. Che dire è proprio così ma alla fine uno non si deve perdere d’animo. Fichissima la storia di tuo padre… ma ti prego non demordiamo altrimenti è finita. Continuiamo a fare quello che dobbiamo fare senza perderci d’animo. Con un fantastico sorriso sulle labbra che nasconde in fondo un po’ di sana depressione. Tiriamo avanti e teniamoci in contatto… baci

  2. @ marlaconme:
    Ciao!! Che ti devo dire, sì… Si sorride e si va avanti. Si lotta e ci si dispera, ma guai a smettere di lottare. Come dicevo, davvero mi ha colpito l’intera faccenda… Teniamoci ben volentieri in contatto… Baci a te 🙂

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