Scuola e religione: le motivazioni del TAR e la risposta dei vescovi

di Michele Baratelli Commenta

Il Tar del Lazio accogliendo con la sentenza n. 7076 i ricorsi presentati a partire dal 2007 da alcuni studenti stabilisce che frequentare l’ora di religione non può portare crediti aggiuntivi agli studenti che si presentano agli esami di maturità oltre al fatto che gli insegnanti di religione non possono più partecipare a pieno titolo agli scrutini. Dura la risposta della Chiesa che con le dichiarazioni di monsignor Diego Coletti prende una dura posizione di critica nei confronti della sentenza emessa dai giudici del Tar.

«In una società democratica certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un’implicita promessa di vantaggi didattici, professionali ed in definitiva materiali“, questo il pensiero alla base della decisione dei giudici del Tar del Lazio.

Il fatto di avere incluso anche l’insegnamento di religione nella rosa delle materie da cui scaturisce lo scrutinio finale, secondo i giudici  “appare aver generato una violazione dei diritti di libertà religiosa e della libera espressione del pensiero; nonché di libera determinazione degli studenti relativamente all’insegnamento della religione cattolica“.

La risposta dei vescovi non si è fatta attendere e giudicano la sentenza del Tar come una “decisione vergognosa e pretestuosa“. A prendere la parola è stato monsignor Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica che dichiara che alle spalle della sentenza del Tar si trova un “atteggiamento pregiudiziale anche se non del tutto ideologico che rischia di «incrementare il sospetto e la diffidenza verso la magistratura“.

Ai  microfoni di Radio Vaticana, monsignor Diego Coletti ha detto di non credere chetocchi alla chiesa come tale fare ricorso. Tocca ai cittadini italiani organizzati in partiti o in associazioni culturali esprimere il loro parere, il loro dissenso di fronte a una sentenza così povera di motivazioni

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