Raciti, un anno dopo

di Angela Gennaro Commenta



E’ passato già un anno. Sembra ieri. Un anno fa il derby di calcio Catania-Palermo uccideva, causa scontri triviali, l’ispettore capo Filippo Raciti. Cerimonia oggi in suo onore. La sua città riunita nel dolore e nella rabbia, in un abbraccio di calore alla vedova, Marisa Grasso. Catania.


Un’occasione struggente allo stadio Angelo Massimino. A celebrare il ricordo il capo della polizia Antonio Manganelli, la vedova Marisa Grasso, il presidente della Figc, Giancarlo Abete e il questore etneo Michele Capomacchia.


Filippo Raciti è morto un anno fa per la stessa selvaggia violenza di cui era attore. Ucciso dalla violenza di questi tempi. Un anno fa è morto Filippo Raciti, ucciso da mano criminale che ha dato sfogo a una furia assassina e una violenza inaudita: queste le parole di Manganelli.

La vedova è donna inconsolabile. Chiede che il sacrificio del marito serva a qualcosa. Perché egli ci ha lasciato un’eredità di valori, un uomo che ha dimostrato tanto. I miei sentimenti nei confronti di chi ha ucciso mio marito non sono cambiati: non c’è perdono. Umano, molto umano è.


Quell’omicidio ci ha aperto gli occhi perché prima della sua morte sembrava non ci fossimo accorti del rapporto tra violenza e sport. Che c’erano incontri di calcio diventati una bolgia di teppisti e facinorosi. Evidentemente avevamo tutti gli oggi coperti, perchè negli ultimi 30 anni ci sono stati 19 morti e negli ultimi cinque anni 1.114 scontri, circa 222 l’anno, con 5.886 feriti, 3.331 dei quali appartenenti alle forze dell’ordine. Manganelli ha fatto le sue ricerche, evidentemente. Negli stadi in cui non ci saranno condizioni di sicurezza non si giocherà e se le società dal prossimo 1 marzo non saranno in condizione di mettere in campo gli steward, come previsto dalla legge, non giocheranno. Peccato che il problema sia alla base, a occhio e croce a livello mentale.


Non si possono attenuare lo sdegno e la condanna per una violenza che vogliamo respingere e contrastare senza esitazioni, richiamando anche alle proprie responsabilità tutti i protagonisti del calcio, dirigenti, arbitri, tecnici, calciatori: sul piano dell’esempio, dei comportamenti, della lealtà, della dissociazione dal tifo violento e da ogni forma di aggressività, anche verbale. La posizione di Abete è chiara.


Le parole più drammatiche, naturalmente, e che fanno pensare, giocoforza, sono quelle di Marisa Grasso. Con la morte di mio marito si è distrutta una famiglia, si è distrutta una casa e si cerca di ricostruire. Un anno difficile da affrontare con grande emozione e esperienze nuove e soprattutto di molta tristezza e dolore e di tanto affetto che ho scoperto di avere accanto. Catania credo che non debba mai dimenticare che ha partorito un uomo come Filippo e dove ha trovato la morte quindi è in dovere come me di continuare a ricordare questo grande uomo perché è un eroe per Catania.


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