Palermo ricorda la strage di Capaci. Polemica fra il procuratore Grasso e il guardasigilli Alfano

di Luca Fiorucci 1

Foto: AP/LaPresse

 

Si è svolta oggi, nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, la commemorazione per il diciannovesimo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta. Nel capoluogo siciliano erano giunti oltre duemila ragazzi, per partecipare ad una settimana di incontri con vari rappresentanti della magistratura e della società civile.
Al convegno organizzato nell’aula del carcere di Palermo, hanno partecipato invece i ministri Prestigiacomo, Gelmini, Maroni e Alfano, e il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, che, intervendo sul tema della riforma della giustizia, ha fatto presente al Guardasigilli Alfano il malcomento della magistratura per i toni accesi usati dal governo contro i giudici.
Ha dichiarato infatti Grasso:

 
Smorzare la tensione? E’ come cercare di dialogare con chi ti prende a schiaffi. Dobbiamo usare il Vangelo e porgere l’altra guancia. La delegittimazione rende infatti tutto più difficile: ci danno del matto, maxiutopisti, cancro da estirpare.

 

E ha aggiunto: “Questa non è una riforma della giustizia“, ma semmai “una riforma del rapporto tra magistratura e politica”.
Il ministro Alfano, a questo punto, per difendere la sua riforma, arriva persino a citare lo stesso Falcone, affermando : “Come voleva proprio Falcone stiamo cercando di conseguire la tanto attesa separazione delle carriere”. Puntuale la replica di Grasso: “Falcone voleva l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, però non si può pensare di dichiarare nella Costituzione il pm autonomo e indipendente, e poi togliergli la direzione delle indagini”. 

  

  

A distanza di diciannove anni da quella terribile strage, però, restano ancora molti misteri su di essa. Proprio per far luce sugli aspetti meno chiari, il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari ha deciso di riaprire l’inchiesta, partendo in particolare dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, per risalire a chi fornì l’esplosivo utilizzato per l’attentato. In particolare, si starebbe cercando di individuare i pescherecci dai quali, nel racconto di Spatuzza, sarebbero stati scaricati i fusti con l’esplosivo, e di arrivare a chi poi li caricò. Secondo il pentito, l’esplosivo sarebbe stato recuperato in mare, da alcuni siluri rimasti inesplosi dopo la seconda guerra mondiale.
Un altro punto avvolto dal mistero riguarda i computer di Falcone, che sarebbero stati accesi nei giorni seguenti alla sua morte, quando il suo ufficio al Ministero della Giustizia era stato posto sotto sequestro, e nei quali sarebbero stati modificati alcuni file.
I magistrati, inoltre, starebbero valutando le dichiarazioni del pentito Fabio Tranchina, che collabora con la giustizia da solo due settimane, che ricorda come, nel febbraio 1992, partì da Palermo un corteo di auto cariche di armi, diretto a Roma, per uccidere Falcone nella capitale. Ha rivelato infatti Tranchina: “All’improvviso arrivò l’ordine di tornare. Perchè Falcone bisognava ucciderlo in modo eclatante, a Palermo”.
Tali rivelazioni del pentito sarebbero importanti, per i magistrati, per avere riscontri su quando cominciò la strategia “stragista” di Riina, e sulla presunta “trattativa” fra la mafia e alcuni apparati dello Stato.

Commenti (1)

  1. Insomma dopo tanti anni si sa ancora molto poco. Quello ( l’uccisione di Falcone e poi di Borsellino) è stato il massimo livello di scontro, seguito poi dalle bombe a Firenze, Roma, ecc. Perchè la mafia arrivò a tanto ? Solo per il 41 bis ( cioè per farlo annullare?). E’ stata solo una follia di Riina?
    Quanto alla verità…non si saprà mai del tutto. Aspettiamo ancora di sapere di Giuliano e Pisciotta.

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