La marcia su Roma. Ovvero, Gianni Alemanno sindaco

di Francesco Giurato 2

Come la sera del 9 luglio 2006. Il carosello di tassisti scatenatosi appena diffusa la notizia della vittoria del candidato sindaco del PDL è l’istantanea che forse più di ogni altra impressiona meglio le stravaganze della città di Roma. Una città in cui, aldilà del bene e del male, si esagera. Diciamocelo. Per rendere l’idea sui meccanismi imperscrutabili che regolano la vita di Roma basti pensare che da anni circola indisturbato il gossip che vorrebbe la moglie di Francesco Rutelli, la giornalista Barbara Palombelli, come una delle proprietarie della società che si occupa dei parcheggi a pagamento, le famigerate strisce blu. Ovviamente falso, ma poco importa; tanto è bastato perchè questa leggenda metropolitana diventasse inossidabile verità e perla di saggezza popolare.


Ma stavolta, a mio avviso, si è davvero esagerato.Due anni fa, chiamati alle urne per il rinnovo del consiglio comunale, i cittadini romani sommersero di abbracci la riconferma di Walter Veltroni che vinse con il 61% e spiccioli. Il competitor della allora Casa delle libertà, Gianni Alemanno, raccolse il 37%. Oggi le cose sono andate diversamente. Gianni Alemanno ha vinto e sarà il sindaco di Roma. Francesco Rutelli ha perso.


E neanche poco.


Ha perso una cosa come trecentomila voti rispetto al risultato del suo predecessore, ma forse aveva già perso non riuscendo a staccare il biglietto per il Campidoglio al primo turno. Certo, si è detto ampiamente dell’onda lunga elettorale e dell’influenza che avrebbe avuto il risultato delle politiche sul voto romano. Si era poi abbondantemente ricordato come la teoria che vuole i conservatori al potere in periodi di insicurezza di una comunità stia assumendo i caratteri di un assioma. Il ballottaggio poi, con il gioco degli apparentamenti – dichiarati e non – aveva rimescolato le carte ed il già esiguo vantaggio ottenuto da Rutelli al primo turno sembrava ridotto ad un’incollatura.


Si è avuta quasi la sensazione che solo i due duelli televisivi tra i candidati avrebbero potuto tracciare la distanza definitiva tra i due (!). Si aggiunga a questo proposito che – pur permanendo a mio avviso degli atroci dubbi su quello che davvero sia accaduto in quel di La Storta la notte del 16 aprile scorso – di certo sia l’accaduto sia la risonanza data al pericolo immigrati hanno sicuramente messo maggiormente a proprio agio – diciamo così – il candidato PDL, abituato alla retorica del pericolo stranieri da anni di militanza, a volte armata, nel Fronte della Gioventù. Tutto insomma remava contro l’ex sindaco. Però.


Però il nuovo presidente della provincia di Roma è Nicola Zingaretti del PD; e la sua affermazione appare ancor più significativa se si considera che 60mila romani hanno esercitato il “voto disgiunto” scegliendo lui alla provincia e Alemanno sindaco. Stesso discorso vale per i municipi romani, le circoscrizioni in cui si è confermata la predominanza del centro sinistra che ha cannibalizzato quasi tutte le circoscrizioni. La sconfitta del PD alle politiche – accompagnata dalla scomparsa temporanea della sinistra dalle aule di Montecitorio e palazzo Madama – imponeva una riflessione.


Forse ha ragione chi ha sostenuto che una vittoria a Roma avrebbe rischiato di rinviare quel processo di autocritica profonda che deve attraversare il centrosinistra per riformarsi veramente. Se bisogna ricostruire è meglio farlo dalle fondamenta. E quella di Roma sembra essere stata più la bocciatura delle vecchie logiche di spartizione dell’egemonia tra ds e margheritini – laddove invece era stato sventolato da più parti il principio del cambiamento radicale rispetto al passato – che l’affermazione di Alemanno.


Affermazione salutata così dal moderato Maurizio Gasparri

Credo che per Rutelli e per Veltroni sia una sconfitta storica che li archivia. Per esempio potremmo mandare Veltroni in Africa, Bettini in Thailandia e Rutelli può rimanere a fare l’opposizione qui

Come si dice a Roma? Nnamo bene…

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