Expo 2015. Quando la politica immobilizza un’Esposizione Universale

di Angela Gennaro 1

Era il 31 marzo 2008. Milano si aggiudicò gloriosamente l’Expo 2015. E giù tutti a fare festa.Un evento storico, che si terrà dal 1 maggio al 31 ottobre di quell’anno ancora lontano. Dalla festa dell’anno scorso, però, si passa alle beghe di un anno dopo. Perché si è trattato di un anno difficile, per Milano.

Il punto, però, come segnala un articolo odierno di Repubblica, è che tra risse più o meno esplicite e nomine saltate, per l’Expo, ad oggi – dopo, cioè, ben 12 mesi – nulla si è fatto.

Il problema è che non si organizza un’Esposizione Universale così, come una qualsiasi fiera.

Ci sono strutture da costruire, infrastrutture da assicurare, processi di realizzazione da mettere in moto e da portare a termine. Non ci può essere, insomma – ma ce la caveremo, no? Gli italiani e l’arte dell’arrangiarsi… – la patologia della politica italiana all’opera. Perché è una patologia che immobilizza.

E immobili sono, ad oggi, a Milano. Salvo fare la danza delle poltrone, arte in cui difficilmente veniamo battuti.

Ci sono in gioco il fior fiore dei finanziamenti pubblici. Milano dovrebbe rivoluzionare il proprio aspetto e la propria gestione – questa è l’idea, ma anche la necessità. C’è un progetto immobiliare che cozza chiassosamente contro il piano casa berlusconiano. Non mancano i provocatori: l’architetto Vittorio Gregotti è diventato il leader del “partito di rinuncia all’Expo”. Ricordando la saggia rinuncia di Mitterrand ai faraonici progetti per la celebrazione del bicentenario della rivoluzione francese nel 1989, scrive Repubblica.

Leggete la storia, è divertente. Dopo il Pirellone, arriverebbe a Milano il “Bucone” (un enorme passaggio sotterraneo peer collegare Linate all’Expo. Peccato che non fossee eprevisto in nessun piano iniziale). In barca, però, a quanto concordato e progettato fino ad oggi. Per non parlare del fatto che, come si diceva, invece che muoversi e smuoversi, si è pensato bene fino ad ora piuttosto a CHI muovere. Perché la gestione di tutti quei soldi, in tempo di crisi (ma non sarebbe stato differente in tempi di ricchezza) ha fatto e fa gola a troppi.

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