8 anni per scrivere le motivazioni di una sentenza. Troppo lento

di Francesco Giurato Commenta

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Ansa – Roma 16 giugno 2008 – Non può più fare il magistrato Edi Pinatto, il giudice che ha impiegato otto anni per scrivere le motivazioni della sentenza con la quale il tribunale di Gela aveva condannato sette componenti del clan Madonia a complessivi 90 anni di carcere, così determinando la loro scarcerazione. La sezione disciplinare del Csm con un provvedimento che ha pochi precedenti lo ha rimosso dall’ordine giudiziario. La decisione è stata presa dopo un’ora di camera di consiglio. La sezione disciplinare ha così accolto la richiesta del rappresentante dell’accusa Eduardo Scardaccione. La sentenza non è immediatamente operativa: ora dovrà essere depositata entro 30 giorni e ci saranno altri 90 giorni di tempo per impugnarla davanti alle sezioni unite civili della Cassazione.


Se la Cassazione dovesse dare ragione al Csm dunque, al giudice Pinatto non resterà che appendere la toga al chiodo.


Eppure solo due mesi fa un’altra notizia aveva rinfocolato la polemica sulla magistratura ed in particolare sulle scelte conservative dell’organo disciplinare delle toghe.


Ansa – Roma 3 aprile 2008 – Per ora resta al suo posto Edi Pinatto, il magistrato che ha impiegato otto anni per scrivere le motivazioni della sentenza con la quale il tribunale di Gela aveva condannato sette componenti del clan Madonia a complessivi 90 anni di carcere; un ritardo clamoroso che nel 2002 determinò la loro scarcerazione e che di recente era stato “censurato” dal capo dello Stato. La sezione disciplinare del Csm, che aveva già condannato per la sua lentezza il giudice alla perdita di anzianità, ha respinto oggi la richiesta del ministro della Giustizia di sospendere il magistrato in via cautelare dalle funzioni e dallo stipendio.


E via la bufera. In piena campagna elettorale, un tale pronunciamento non poteva che generare un coro di biasimo da parte dell’intera classe politica. Fu un tiro al piccione nei confronti del Csm che pure, come sottolineavano i giuristi meno rumorosi, non faceva che rinviare la decisione di qualche mese. L’appuntamento era fissato per ieri già da tempo, e non potendosi procedere per processi sommari, dopo un attento esame delle carte, puntuale è arrivata la richiesta.


Il giudice Pinatto si è difeso sostenendo avere impiegato anche il tempo delle ferie per scrivere le motivazioni delle sentenze (!). Chissà se basterà per evitargli il prepensionamento. Resta comunque l’amaro in bocca, qualora ci si spinga oltre la superficie della notizia. Occhio alla data.


Ansa – Palermo 14 febbraio 2002 – A distanza di ventuno mesi dalla sentenza di condanna di un gruppo di mafiosi vicini al superlatitante Bernardo Provenzano il Tribunale di Gela non è riuscito ancora a depositare le motivazioni della sentenza con la conseguenza che i boss condannati torneranno liberi l’11 aprile prossimo. Le porte del carcere, secondo quanto pubblicato dalla cronaca locale di Repubblica, si apriranno per Carmelo Barbieri e Giuseppe Lombardo, il primo insegnante di educazione fisica è considerato un boss emergente del nisseno, il secondo, di maggiore caratura, è cognato del boss della commissione mafiosa Piddu Madonia. Prima di loro erano tornate in libertà, sempre per la decorrenza dei termini di custodia cautelare, le donne del clan Giovanna Santoro e Maria Stella Madonia, moglie e sorella del capomafia, ed il cugino Giuseppe Alaimo.


Il caso, risalente come detto ad otto anni fa, è stato portato all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale dal coraggioso sindaco di Gela, Rosario Crocetta, che aveva lanciato l’allarme anni fa, rimanendo inascoltato. Scattata la bufera quasi un decennio dopo la sentenza, il giudice Pinatto ha finalmente trovato il tempo di depositare le motivazioni.


E la mafia sentitamente ringrazia.

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