Università, meno iscritti e più precari

di Luca Fiorucci 2

Foto: AP/LaPresse

I due rapporti sulla condizione dell’Università presentati oggi da Almalaurea e dal CUN (Consiglio universitario nazionale) fotografano una situazione che già da tempo mostrava segni di peggioramento, e che viene confermata dai numeri, non certo confortanti: l’ Università italiana, infatti, sta da una parte registrando un calo delle iscrizioni, dall’ altra è sempre meno determinante al fine di trovare lavoro dopo la laurea. Inoltre, aumenta il lavoro nero, diminuiscono gli stipendi ed è sempre più scarso il cosiddettoascensore sociale”, ovvero la possibilità, per gli appartenenti a fasce sociali meno abbienti, di migliorare la propria posizione.
Secondo i dati, nell’ ultimo anno ci sarebbe stato un calo del 5% di iscritti (-9, 2 % negli ultimi quattro anni), calo che avrebbe riguardato in modo particolare le regioni centro-meridionali, e solo il 62 % degli iscritti avrebbe deciso di proseguire gli studi. Quanto, invece, agli sbocchi sul mercato del lavoro, anche se i laureati hanno comunque un tasso di occupazione superiore di oltre l’ 11 per cento rispetto ai diplomati, vi è comunque un incremento della disoccupazione per i giovani freschi di laurea: fra i laureati triennali, si passa infatti dal 15 al 16 % di disoccupati, mentre un incremento anche maggiore, dal 16 al 18 %, vi è per chi ha conseguito la laurea specialistica “biennale”, e dal 14 al 16, 5 % per chi ha una laurea specialistica “a ciclo unico”.

Quanto agli stipendi, chi sta entrando adesso nel mondo del lavoro, ma anche chi vi è entrato negli ultimi cinque anni, vedrebbe un calo del 5 % per chi ha la laurea “triennale”, che può arrivare al 10% per chi ha conseguito la laurea specialistica. E anche questa è fra le principali cause della cosiddetta “fuga dei cervelli”: chi trova lavoro all’ estero, dopo una laurea specialistica, guadagnerebbe in media 1568 euro, contro i 1054 dell’ Italia.
Le riflessioni che si possono fare sono molteplici: se certamente l’ attuale crisi economica pesa su tutto il mercato del lavoro, certamente chi si sta affacciando adesso ne è più penalizzato.Il tema dell’ università e dell’ istruzione, per il quale molti studenti hanno manifestato nei mesi scorsi, contro l’ approvazione della “riforma Gelmini“, andrebbe quindi inserito in una vera e propria “questione generazionale”, visto che oggi, in Italia, per chi ha meno di 35 anni, il futuro è sempre più incerto e più precario, e anche chi ha un lavoro, comunque, si troverà poi a percepire una pensione che, secondo alcune (poco rosee) previsioni, sarà all’ incirca la metà dello stipendio(oggi si aggira intorno all’ 80%). Per quel che riguarda l’ istruzione e la cultura, invece, è del resto comprensibile che questa possa essere vista quasi come una “minaccia all’ ordine costituito” (specie se “in mano” ai giovani), visto che una popolazione meno istruita e, sopratutto, meno attenta a quanto avviene nel paese e nel mondo, è più facile da “rabbonire” con slogan e promesse poi non mantenute (del resto, l’ attuale premier è anche un “magnate” delle televisioni..,)

Commenti (2)

  1. Nei paesi del nord africa la rivoluzione è cominciata con Internet, con i giovani che hanno studiato, con l’informazione più diffusa. La cultura è stata sempre rivoluzionaria, pensate all’illuminismo ed alla rivoluzione francese.

  2. Si, è proprio così, Clara…specie se si considera la cultura non come un sapere solamente accademico, finalizzato esclusivamente al raggiungimento di un “titolo” (che putroppo, come ho scritto nell’ articolo, è sempre meno “spendibile”), ma piuttosto come un avere conoscenza di quanto accade nel mondo.,.
    Una grande differenza che corre tra noi e i paesi nordafricani è però che quelle sono popolazioni molto più “giovani”, con un’ età media intorno ai 25-30 anni, mentre l’ Italia, sia grazie ad una maggiore durata della vita media, sia d’ altronde, per via di una bassissima natalità, è un paese che sta invecchiando sempre di più, con un’ età media di 44 anni…e oltretutto i ruoli importanti, nella politica come nell’ economia e nell’ impresa, sono ricoperti da persone che hanno 50-60 anni, se non di più, e tendono quindi maggiormente a essere poco “lungimiranti”, e a pensare di meno al futuro del paese…

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