La Tv che non c’è. E la Tv che c’è

di IsayStaff 1



Una tv poco nota ai più, e un nome sconosciuto alle cronache. Europa 7 e Francesco Di Stefano, 54 anni, imprenditore, abruzzese di Avezzano, esistono, e l’Europa se n’è accorta. Dieci anni sono il tempo che ha investito per avere a che fare con la Corte di Giustizia europea, e far valere al suo cospetto i diritti della sua emittente.


Nell’ormai lontano 1999, Europa 7 si aggiudicò una concessione nazionale televisiva. E da allora sta aspettando. Europa 7 aspetta le frequenze per poter trasmettere.


Quello di Di Stefano non è un nome noto, ma è un caso unico al mondo.

Ma è un caso che si sta muovendo verso una definizione precisa. L’Europa si è pronunciata. Ha bocciato Rete 4 e promosso Europa 7. La Corte di giustizia ha, infatti, sancito che l’assegnazione delle frequenze per le attività di trasmissione radiotelevisiva in Italia è nientepopodimenoche contrario al diritto comunitario.


Una pronuncia che potrebbe significare la migrazione sul satellite di Retequattro, (sarebbe ora, se ne parla da anni), in modo da liberare frequenze per Europa 7, cui, nel mentre, è stato appunto riconosciuto il diritto a trasmettere via etere su scala nazionale.


Naturalmente, dal quartiere generale di Cologno Monzese fanno sapere: Nessun rischio per Retequattro. Quindi Lussemburgo ha decretato che il regime italiano non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati. Che vergogna. Dobbiamo aspettare che ce lo venga a dire, come al solito, l’Europa.


Centro Europa7 srl, come viene specificato nella sentenza europea, opera nel settore delle trasmissioni radiotelevisive. Nel 1999 ha ottenuto dalle autorità italiane un’autorizzazione a trasmettere a livello nazionale in tecnica analogica. Non ha mai potuto farlo effettivamente, perchè non sono poi mai state assegnate le radiofrequenze. Ecco perchè Europa7 ha fatto domanda di verificare il suo diritto ad ottenere l’assegnazione di frequenze. Condita da un bel risarcimento danni.


La richiesta venne respinta dal giudice amministrativo. Il consiglio di Stato ha poi domandato alla Corte di giustizia delle comunità europee l’interpretazione delle disposizioni di diritto comunitario relative ai criteri di assegnazione di radiofrequenze al fine di operare sul mercato delle trasmissioni radiotelevisive.


Responso? In Italia il piano nazionale di assegnazione delle frequenze non è mai stato attuato per ragioni essenzialmente normative, che hanno consentito agli occupanti di fatto delle frequenze di continuare le loro trasmissioni, nonostante i diritti dei nuovi titolari di concessioni. Le leggi transitorie hanno avuto l’effetto di non liberare le frequenze destinate ad essere assegnate ai titolari di concessioni in tecnica analogica e di impedire ad altri operatori di partecipare alla sperimentazione della televisione digitale. Un quadro molto chiaro. E non dignitoso per il Paese, che tra leggi Maccanico e l’ormai fantomatica Mammì, non in grado di combattere le posizioni dominanti e quindi di difendere e assicurare il pluralismo.


Di Stefano, però, non ha mai ricevuto le frequenze. Retequattro, invece, è sempre lì. La Gasparri su tutte ne ha reso possibile la sopravvivenza. Una sentenza della Corte costituzionale del 2002 aveva sancito come termine ultimo per liberare l’etere il 31 dicembre 2003. Dopo un po’ di caos e di paura iniziale, è arrivata la legge Gasparri firmata dal governo Berlusconi. E Retequattro non ha modificato collocazione.


Europa 7, allora, si è rivolta al Tar, e non ha avuto ascolto. La Corte di giustizia della Ue, invece, ha rilevato che che l’applicazione in successione dei regimi transitori strutturati dalla normativa nazionale a favore delle reti esistenti ha avuto l’effetto di impedire l’accesso al mercato degli operatori privi di radiofrequenze. Un favoreggiamento delle sole reti esistenti, insomma.


A questo punto al Consiglio di Stato non rimarrà che conformare alla sentenza Ue e annullare quanto in contrasto con le norme comunitarie: la Gasparri rientra in questa descrizione, considerato anche che è stata smontata in passato anche a Bruxelles. In più, il Ministero delle Comunicazioni dovrebbe finalmente mandare Retequattro sul digitale.


Cologno Monzese, come si diceva, fa sapere che la faccenda non può comportare alcuna conseguenza sull’utilizzo delle frequenze nella disponibilità delle reti Mediaset, inclusa ovviamente Retequattro. Non li riguarda, insomma. Quanto all’insinuazione che Retequattro occuperebbe indebitamente spazi trasmissivi a danno di Europa 7, Mediaset ribadisce che Retequattro è pienamente legittimata all’utilizzo delle frequenze su cui opera. Quindi nessun rischio. Staremo a vedere.


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