Julian Assange in conferenza su L’Espresso

di Michele Laganà Commenta

Foto Ap/LaPresse

Nella giornata di ieri, Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, ora agli arresti domiciliari a Londra in una casa di un suo giornalista amico, ha risposto alle domande che i lettore dell’Espresso gli hanno posto. La Repubblica e l’Espresso, hanno stretto un accordo con Assange per distribuire i cablogrammi anche qui in Italia ed è proprio da questa unione che è nata questa nuova diretta chat con i lettori.

Assange ha risposto a poche ma chiarissime domande. Un lettore pone ad Assange una domanda relativa alla guerra in Libia e all’intervento della Francia, ecco cosa risponde Assange: “La situazione in Libia è un problema. Se l’intervento è davvero per scopi umanitari, allora dov’è l’intervento in Bahrein e Yemen? La popolazione dei paesi in cui si sta intervenendo non è stata consultata sul piano d’attacco. La guerra è un affare serio. Un’azione militare in una terra lontana deve essere giustificata con piani e un intento chiaro.

Ed ecco la domanda conclusiva dell’intervista, quella che abbiamo reputato più interessante: Perché il linguaggio dei messaggi dei politici e delle istituzioni, quando riguarda canali privati, dimostra di essere così diverso nella forma e nei contenuti da quello ufficiale? Il potere è necessariamente ipocrita? Luca Giorgi
Questa è una buona domanda. Così come un imbroglione è in grado di migliorare la sua posizione prendendo in giro gli altri con trucchi emotivi o retorici, così le organizzazioni sono in grado di rendere più forte la loro posizione mentendo istituzionalmente all’opinione pubblica. La differenza tra una ‘visione interna’ e una ‘visione esterna’ è ipocrita.”

Non sono mancati gli attacchi alla stampa americana e non: “Il New York Times e il suo caporedattore, Bill Keller, hanno cospirato con David Leigh e Alan Rusbriger del Guardian per ‘rubare’ i cable al Washington Post e a McClatchy, violando accordi scritti su come avremmo pubblicato il materiale. Questa pugnalata alle spalle […] combinata con il timore molto forte che lo staff del New York Times venisse perseguito […], ha spinto Keller e i suoi ad attaccarci.”

Per quanto riguarda invece, le rivolte in Medio Oriente e un possibile collegamento tra queste e Wikileaks, lo stesso Assange dichiara “La storia del nostro coinvolgimento in Medio Oriente e in Nord Africa è lunga e affascinante. […] posso dirle che abbiamo cominciato a pubblicare cable sulla regione a partire dall’inizio di dicembre. In particolare, lo abbiamo fatto attraverso i nostri partner arabi […]al-Akhbar è il più rispettato quotidiano online della regione, […] E’ stato creato un sito, Tunisleaks, per poter tradurre il materiale anche in francese. Il governo tunisino ha censurato sia noi che al-Akbar ed è cominciata una guerra di hacker che ha coinvolto anche l’Arabia Saudita. al-Akhbar è stato attaccato tre volte, in quello che è sembrato un’azione voluta e promossa dallo Stato. A quel punto alcuni hacker nostri amici hanno re-diretto i siti del governo tunisino a Wikileaks e così sono emersi i cable sul regime di Ben Ali […] Eventi simili si sono verificati nel nostro coinvolgimento in Egitto.

Per leggere tutte le risposte di Assange, vi invito a leggere l’articolo su l’Espresso.

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