Elezioni: Berlusconi (PdL) e Fini (Fli), ultimo treno (il voto alletta ma fa paura a entrambi)

di IsayStaff 1

Silvio Berlusconi vuole andare al voto: senza indugi, nessun tentennamento. I motivi che il Presidente del Consiglio mette sul tavolo dei referenti del Popolo della Libertà sono almeno tre, ciascuno dei quali da non trascurare:

1. “In questo momento non abbiamo avversari”;

2. “Gli altri, gli avversari non potranno mai coalizzarsi tutti contro di me, da Fini a Vendola”;

3. “Non possiamo stare a contrattare con i finiani su ogni legge”.

Non c’è solo tatticismo, dietro la volontà del leader PdL, ma pare anche lineare il fatto che la nuova prospettiva (fuori i finiani dal partito) consenta di prendere in considerazione uno scenario ovvio: dovesse rivincere le elezioni, il centro destra ne uscirebbe non solo rafforzato ma addirittura invincibile. Perchè tutti – uno per uno – remerebbero nella stessa direzione: quella indicata da Berlusconi.

Ancora: a dare man forte alla determinazione del Premier, i dati diffusi dal fresco sondaggio di Euromedia, realizzato dopo la fuoriuscita dei finiani: i numeri parlano di un Pdl in crescita di due punti percentuali, Futuro e Libertà oscilla in una forbice che va dal 2-3 per cento (in caso di schieramento senza alleanze) all’8-10 in coalizione con l’Udc. Intanto, l’ultimo vertice di Palazzo Grazioli prima delle ferie (non particolarmente lunghe, quest’anno) si è consumato alla presenza dei massimi esponenti di partito cui si sono aggregati i Ministri Giulio Tremonti, Franco Frattini, Altero Matteoli e Angelino Alfano. Oltre a una disamina della situazione è emersa tutta la convinzione di Berlusconi – manifestata, condivisa – di optare per il voto subito: le date attorno alle quali si è ragionato sono nella peggiore delle ipotesi il 27 marzo del 2011 (non a caso, nello stesso giorno del 1994, Berlusconi vinse le prime elezioni a cui partecipò) e nella migliore, a metà novembre. Nell’ultimo caso, il tentativo sarebbe quello di dare la parola ai cittadini prima del 14 dicembre, quando la Consulta dovrebbe bocciare lo scudo del legittimo impedimento.

Il quartier generale del PdL sa bene cosa fare: comizi, reclutamento, divulgazione delle attività di Governo, comitati elettorali, promotori delle Libertà e una macchina da far ripartire in fretta con il lavoro certosino ma efficace di Denis Verdini, Michela Brambilla, Giorgia Meloni e Beatrice Lorenzin. Dovrà essere un martellamento: di numeri, di fatti, di opere, di azioni portate a termine. Rendere l’attività di Governo un libro che sia il più aperto possibile, magari con qualche affondo a temi di cui altri (Futuro e Libertà) si sono autoproclamati paladini: anche per questo, in occasione del discorso di Ferragosto (quest’anno a Palermo e non a Roma) Berlusconi parlerà per lo più dei successi del governo nella lotta alla mafia e si avvarrà del contributo del ministro degli Interni, Roberto Maroni, e del Guardasigilli Alfano.

Tre motivi per andare a votare, sosteneva Berlusconi: esistono però anche incognite di similare importanza che spingono parte del PdL a fare passi piccoli e ragionati a lungo:

1. Si teme una crescita esponenziale di consensi per la Lega Nord;

2. Preoccupa una legge elettorale che potrebbe non consentire al Senato vantaggi numerici significativi (soprattutto in virtù di un accordo tra Fini e Casini che potrebbero rosicchiare più di qualcosa in regioni chiave);

3. Ci si interroga su come aprire la crisi con i finiani: quale escamotage utilizzare per arrivare alla spaccatura in Parlamento.

Il punto 3, per ora, è quello su cui si concentrano gli sforzi maggiori: Berlusconi vuole pressare i finiani e per farlo il Governo chiederà un voto di fiducia già a settembre su quattro punti strategici che fanno parte del programma elettorale. Giustizia, fisco, federalismo e Mezzogiorno. L’idea è quella di rimarcare in Consiglio dei ministri – dove i finiani avrebbero modo di anticipare il pensiero di Fli – i punti fondamentali del programma, da lì alla fiducia alla Camera sarebbe un attimo. Un percorso che – Berlusconi lo sa bene – servirebbe per almeno due ragioni: la prima, evidente, stanare i finiani e portarli allo scontro marchiandone la pelle con l’appellativo di “traditori” nei confronti del mandato ricevuto dagli elettori; la seconda, nel PdL ci credono, è che si cercherebbe di accerchiare i finiani e metterli nelle condizioni di spaccarsi all’interno: qualcuno ritiene che Gianfranco Fini potrebbe perdere per strada anche la metà dei deputati di cui ora può disporre. Con, inoltre, una ulteriore consapevolezza: il caso della casa di Montecarlo, lascito di una nobildonna ad An e ora in affitto al fratello della compagna di Fini, potrebbe indebolire il Presidente della Camera e scrollargli di dosso l’aura di paladino della legalità su cui Fini sta investendo.

Sul fronte Futuro e Libertà, infine, non si crede alla voglia di voto degli ex colleghi di partito. Italo Bocchino riassume il pensiero dei suoi con un “evocare il voto anticipato è un bluff, quanto mai improbabile in autunno“. Anche perchè, pare, Fini è tentato dal lanciare segnali di distensione a Berlusconi e, dopo essersi svincolato dalla sua figura, potrebbe pure ingoiare qualche rospo (specie sulla giustizia) e garantire all’Esecutivo di andare avanti.
Aspettiamoci qualche passo indietro da Berlusconi e da Fini: oggi più di ieri, nonostante i partiti abbiano cominciato a preparare l’artiglieria pesante, le elezioni anticipate sembrano un poco più lontane.

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