Piazza Fontana, 40 anni dopo

di Angela Gennaro Commenta

Milano, 12 dicembre 1969. Una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Sono le 16,37: il bilancio sarà di 17 morti (Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti) e 88 feriti. Una seconda bomba fu rinvenuta inesplosa nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. La bomba viene fatta brillare: e porta con sè così eventuali prove (come la sua origine). Le bombe non finiscono qui. Si passa a Roma, però: esplose alle 16:55 nel passaggio sotterraneo le entrate di via Veneto e di via di San Basilio della Banca Nazionale del Lavoro. Il bilancio del terzo ordigno è di 13 feriti. Infine, altre due bombe esplodono, sempre nella Capitale, tra le 17:20 e le 17:30: davanti all’Altare della Patria a piazza Venezia e all’ingresso del museo del Risorgimento, sempre in piazza Venezia. 4 feriti.

Oggi ricorre il 40 esimo anniversario della strage di Piazza Fontana.

Cinque bombe, cinque attentati evidentemente collegati in 53 minuti di un unico, terribile pomeriggio. Roma e Milano, la capitale politica e quella economica. Lo dicono e lo scrivono tutti oggi: Iniziava così in Italia la cosiddetta “strategia della tensione”.

Oggi quel tempo è lontano. Francesco De Gregori canta il 12 dicembre in Viva l’Italia. “Ho visto bombe di Stato scoppiare nelle piazze / e anarchici distratti cadere giù dalle finestre” cantano i Modena City Ramblers nella canzone “Quarant’anni”, contenuta nell’album “Riportando tutto a casa” del 1994.

Quell’anarchico, naturalmente, è quell’uomo morto il 15 dicembre 1969. Il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, arrestato subito dopo la strage. Dopo tre giorni di interrogatori in questura, Pinelli, di notte, precipita dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi, che non era in stanza al momento della caduta dal quarto piano dell’edificio. Suicidio, disse la polizia: il duo alibi era crollato. Nei giorni successivi la questione si ribalta: l’alibi viene confermato, la versione della polizia smentita. Indagate le cinque persone per omicidio colposo: verranno assolte. E allora? Se non è stato suicidio, è stato malore, proprio a un passo dalla finestra fatidica.

Fatto sta che non ci sono dei colpevoli reali e inopinabili. Né per la strage di piazza Fontana, nè per la morte dell’anarchico Pinelli. Oggi il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha sottolineato che le sentenze sulla strage dimostrano che la destra politica è estranea a questi fatti. La Russa si è inchinato alla memoria dei morti, da Calabresi e a Pinelli. Oggi è una ricorrenza importante che arriva quando non è ancora stata fatta luce sui mandanti e gli esecutori materiali. Quarant’anni e nessuna luce, insomma.

C’entrerebbero – lo ripete oggi Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl, settori extraparlamentari di indirizzo nazifascista con inquietanti rapporti con settori deviati dello Stato, certamente non espressione dei governi e dei partiti di maggioranza dell’epoca. Si aggiunge: Detto questo, va anche ribadito, per chiarezza, che il terrorismo di sinistra, già in nuce, si è sviluppato a sua volta per fattori intrinseci, espressi da componenti impazzite del ’68 e da nuclei veterocomunisti, e non come reazione e risposta a quella strage.

Quarant’anni e nessuna luce reale. Per la storia di piazza Fontana, Wikipedia ricostruisce e aiuta. Ma non ha (come potrebbe) naturalmente la luce.

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