Crisi della stampa, dove porterà?

di Redazione 1

La presunta crisi del Messaggero, l’incombente crisi della libertà di stampa è il titolo di un articolo pubblicato da Articolo 21, a firma Fabio Morabito,
Presidente dell’Associazione Stampa Romana.

Alcuni estratti del pezzo sono interessanti per una riflessione e un dibattito sul concetto di libertà di stampa. Quando il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone acquistò il Messaggero, nel 1996, dal gruppo Ferruzzi, sembrò a molti che l’avesse pagato caro. Trecentocinquantasei miliardi di lire fu la cifra pattuita, ma da pagare a rate. In realtà fu un affare strepitoso. C’erano in cassaforte 50 miliardi di liquidità. E solo il palazzo della sede, e gli altri immobili di proprietà, valevano 60 miliardi di allora. Poi, gli immobili furono girati a un’altra società dell’imprenditore. Così come avvenne con il Mattino, comprato lo stesso anno per una cifra attorno ai cento miliardi di lire, e anch’esso “liberato” dagli immobili.

E’ del 1999 la fondazione della Caltagirone Editore Spa, holding di un gruppo che controllava allora solo Il Mattino e il Messaggero, il portale appena nato Caltanet e la concessionaria di pubblicità Piemme. Quotata in borsa l’anno dopo. Con una capitalizzazione teorica dieci volte più elevata di quanto erano costati (con gli immobili) Messaggero e Mattino.

Un’esagerazione, almeno secondo il mercato: il titolo crollò subito, e ora vale esattamente un decimo della quotazione, 18 euro, dell’esordio in borsa di nove anni fa. Ma anche se il valore delle azioni è andata via via riducendosi, non era questo l’effetto di una crisi. La Caltagirone Editore ha macinato utili per anni, una macchina da guerra di cui il Messaggero, nave ammiraglia, è stato l’attore più generoso. Duecentosettantasette milioni di euro di utili dal 2000 al 2007 per il quotidiano romano, fino al bilancio dell’anno scorso, già annunciato in attivo dalla proprietà fino ai primi mesi di quest’anno, ma poi in primavera improvvisamente diventato rosso. Il passivo è di 165mila euro, poca cosa rispetto agli abituali guadagni stellari.

Cos’è accaduto? Il governo ha stanziato venti milioni di euro all’anno per finanziare i prepensionamento dei giornalisti di quotidiani, periodici e agenzie nazionali. E Fieg e Fnsi, nella stessa notte in cui hanno siglato il nuovo contratto di lavoro, hanno messo a punto un accordo sugli ammortizzatori sociali.

Ed ecco che è possibile procedere a cambiamenti strutturali nei grandi giornali, mandando via i redattori meno giovani (e quindi, mediamente, con gli stipendi più alti) con lo Stato che può provvedere a pagare fino a cinque anni di “scivolo” per i giornalisti “invitati” ad andare in pensione anticipatamente, anche a 58 anni.

Insomma, lo Stato paga i contributi che mancano alle pensioni anticipate, permettendo agli editori di ridurre il costo del lavoro e di tagliare gli organici, a un prezzo che è alto per tutti, e che va ben al di là di quei venti milioni di euro stanziati per ogni anno. Il prezzo, caro, che pagheremo tutti, non solo noi giornalisti, è quello della qualità dell’informazione. Si potranno fare gli stessi giornali con il venti-venticinque per cento in meno dei redattori? si chiede Morabito.

Che giornali rimarranno, data la crisi e la “selezione naturale” ormai possibile nelle redazioni? Ma d’altro canto, un’altra considerazione viene a galla: forse non è il metodo migliore, ma… E se fosse finalmente l’occasione per “svecchiare” una categoria che, come si addice ai costumi italici, è altrettanto composta da “grandi vecchi”? E se questa fosse l’intenzione, ben venga. Ma fare un giornale non è una faccenda semplice. Le risorse umane e le competenze sono alla base. Che ne sarà di loro? Speriamo, e attendiamo, in un rinnovamento che sia qualità.

Foto|Rassegna Stampa Libero

Commenti (1)

  1. Bisogna anche porsi l’altra domanda: può un giornale italiano pubblicare notizie che la gente non ama leggere? Non è forse per questo motivo che la stampa italiana ha bisogno di sussidi statali (700 milioni di euro l’anno)?

Lascia un commento