La sorella di Stefano Cucchi scrive a Napolitano

di D. Spagnoletto Commenta

Ecco la lettera che Ilaria Cucchi, sorella di Stefano il ragazzo morto il 22 ottobre del 2009 all’ospedale Pertini di Roma, ha scritto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:

«Caro Presidente, mi scuso se così la chiamo ma io credo proprio di sentirLa come mio Presidente cosi come lo è per tutti gli italiani. Mi dispiace tanto rivolgermi a lei per la morte di mio fratello Stefano, quasi come se ritenessi di dover avere una corsia preferenziale perché Stefano è più importante di altri morti in circostanze analoghe ma nel silenzio generale, presto diventato oblìo.

Io sono di famiglia cattolica e di profonda fede ed ho sempre creduto e credo nella giustizia Suprema di Dio. Vede Presidente è proprio per questo che sono sempre stata convinta che la Vita umana debba essere sempre rispettata in qualsiasi stato o forma perché è un dono del Signore. Io sono una semplice cittadina, una sorella, che ogni volta che si trova ad osservare i propri figli non riesce a scacciare l’immagine del povero corpo martoriato e violentato del proprio fratello. Certo, Lei giustamente penserà che la tragedia che ha travolto la mia famiglia non è peggiore di tanti terribili drammi o disgrazie che tutti giorni riempiono le pagine dei giornali, ma Lui era mio fratello ed era nelle mani dello Stato senza alcuna possibilità di difesa. È morto in condizioni terribili, irriconoscibile a noi famigliari che lo avevamo visto solo pochi giorni prima del suo decesso. È morto perché drogato”, si ostina a dire un rappresentante del Governo, continuando ad ignorare il fatto che l’esame tossicologico del giorno del suo arresto era assolutamente negativo. Certo era stato tossicodipendente, ricaduto nel ‘girò, ma l’unica cosa sulla quale sono proprio tutti d’accordo è sul fatto che la droga non c’entri nulla con la sua morte. Per chi come noi deve fare i conti con la perdita di un proprio caro, l’ipocrisia diventa un’offesa insopportabile. Piuttosto si dica che è morto perché era uno spacciatore. Signor Presidente, Stefano Cucchi, già tossicodipendente è morto perché la sera del suo arresto stava spacciando droga ad un suo amico. Ascolto e riascolto la registrazione dell’udienza di convalida. Dura oltre 40 minuti. Mio fratello ha la voce sofferente. Si scusa persino per il fatto che “non riesce a parlare bene”. Quella voce chiede aiuto allo Stato ma nessuno lo guarda in faccia. Per tutto il tempo. Cosi dichiareranno persino il Pubblico Ministero ed anche il Giudice.

Tutti si sono voltati altrove. Il verbale verrà addirittura redatto con generalità macroscopicamente errate, quasi come se fosse stato copiato da un altro. Ma se di fronte alle evidenti drammatiche difficoltà in cui si trovava Stefano persino pm e giudice sono rimasti indifferenti, io come cittadina Italiana cosa posso pensare? Cosa possono pensare i miei poveri genitori? Tutti hanno guardato altrove, tutti tranne i medici che lo hanno avuto in cura prima del suo ricovero al Pertini, che hanno constatato lesioni oggi ostinatamente negate dai due pm del processo, che si sono preoccupati del progressivo verificarsi di quelle gravi complicanze che poi rimarranno non spiegate dai valenti consulenti del pm. Ha ragione il rappresentante del governo Giovanardi che afferma che Stefano Cucchi è morto perché drogato. Cioè non di droga ma perché “era un drogato”, meglio, uno spacciatore.

Vede Presidente, noi siamo una normale famiglia medio borghese, non comprendiamo i grandi temi su