La prostituzione, il governo ed il salto della quaglia

2108337913_f78ab4c3ba_b.jpg
I sogni muoiono all’alba e per gli elettori del Popolo delle libertà è tempo di risvegli. Le promesse fatte in campagna elettorale stanno lentamente sciogliendosi al primo sole estivo, e la dura realtà comincia a fare capolino.
Un refuso, avrebbe detto Berlusconi, sarebbe alla base della notizia circolata ieri sull’intenzione di inserire nel decreto sicurezza, e non già in un disegno di legge, la riforma delle intercettazioni. Più che un refuso, direi un re fuso. Dopo il dietrofront sul reato di clandestinità il Cavaliere – che davanti alla platea dei giovani industriali, figli dei vecchi industriali e padri dei futuri industriali, ha parlato della condizione clandestina come di un’aggravante nella commissione di un reato – ecco un altro coitus interruptus dell’esecutivo che annuncia il ritiro dal decreto del reato di prostituzione.
Ora, il quarto governo Berlusconi sarà pure, come riportano certi sondaggi, in luna di miele con gli italiani ma se tanto mi dà tanto le prime notti di nozze non devono essere state un granchè. Il peso degli anni si fa sentire e il Cavaliere non me ne vorrà, ma forse dovrebbe cominciare a dare retta al consiglio che gli diede tempo addietro Chirac, parlandogli di pillole miracolose durante una cena istituzionale.
Ma parlavamo del reato di prostituzione, o meglio della decisione di riparlarne più in là, Maroni dice ad agosto. Chissà perchè poi proprio ad agosto. Eppure qualcosa già è stato detto, e forse qualcos’altro si deve ancora dire.

Intercettazioni? No, grazie

Questo a esemplificativa presenza. Era in quel di Santa Margherita Ligure che tornò in auge quella parola. Davanti alla platea di imprenditori, davanti al proprio pubblico naturale? Ecco il punto, annunciato da tempo, esplicitato oggi: il divieto di ordinare ed eseguire intercettazioni, anche nell’ambito di indagini giudiziarie.
Ah, no. Poi Silvio Berlusconi ha la bontà d’animo di specificare che verranno escluse dal provvedimento solo le inchieste che riguardano la criminalità organizzata, la mafia, la camorra e il terrorismo. C’è un libro, ora anche un film, che probabilmente dal tanto parlare che se ne è fatto dalla nascita ad oggi, passando – verrebbe, forse, da chiedersi: purtroppo? – anche per Cannes, che su quelle intercettazioni (quelle ESCLUSE dal provvedimento) si basa: è Gomorra. Che cita e richiama a ritmo di musica le intercettazioni della Direzione Distrettuale Antimafia. Temo per loro, libro, film e autore, il boomerang della popolarità e del circuito. Ma quella è un’altra storia. QUESTA storia, quella di oggi, parla di intercettazioni. E intercettazioni NON siano.

Il Garante bacchetta Santoro

Santoro
Processo alla televisione. Oggi i media ritornano prepotentemente agli onori delle cronache. L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha intrapreso ieri azioni ben precise, oggi riportate all’opinione pubblica dal suo Presidente, Corrado Calabrò.
Il Garante è stato chiaro: basta con i processi in televisione. I processi siano circoscritti nelle aule di tribunale. Il che significa un bel richiamo alla Rai per il programma di Santoro, Annozero, dove sarebbe stato violato il pluralismo.
Calabrò è stato molto diretto: In Tv il processo, lo pseudo processo o la mimesi del processo non si possono fare. L’informazione deve essere equilibrata, obiettiva e deve garantire il contraddittorio senza anticipare giudizi su questioni ancora subiudice.

Una tv di comunisti e prostitute

E’ questo ciò che trapela, dalle parole di Silvio Berlusconi, intercettate, legalmente o non è forse più una questione di etica che di giustizia, telefonicamente: la nostra televisione pubblica è costituita solo da comunisti e da prostitute.

L’estratto, che fa da incipit per il titolo, arriva direttamente dalla telefonata fra Berlusconi e Agostino Saccà, responsabile delle fiction tv rai, e che è divenuta un vero e proprio “scandalo” sia per il fatto che, l’ex presidente del Consiglio, fosse in grado di dare “indicazioni” sulle decisioni della tv pubblica, sia per la considerazione che egli ha della RAI.