Roma al ballottaggio. Democrazia a rischio: tornare a votare

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Dovremmo sentire le proposte per togliere a Roma il vergognoso primato di “Capitale mondiale della sporcizia” – e invece abbiamo frasi inquietanti e pregiudizi razziali.

Dovremmo sentire le proposte per risolvere il drammatico primato di “Capitale europea dei crolli e delle voragini” ma anche di “la città più congestionata d’Italia” – e invece abbiamo le lodi all’efficienza della Wehrmacht, cioè le Forze Armate tedesche dal 1935 al 1946.

Dovremmo poter sentire i programmi a confronto, cosa che finalmente succederà stasera alle 23:45 circa su RAI 1 dopo una campagna elettorale nella quale il candidato di centrodestra ha disertato quasi tutti gli incontri con i “rivali” – e speriamo si parli davvero del futuro di Roma, dal degrado e l’igiene urbana ai trasporti e al devastato “verde” della Città.

Perché al primo turno delle elezioni comunali del 3 e 4 ottobre, come successo un po’ ovunque, quasi la metà dei romani aventi diritto ha rinunciato al voto. Forse per stanchezza, forse per delusione, forse per un non riconoscersi più nei rappresentanti di tale o talaltro Partito oppure per quel “tanto, i politici sono tutti uguali” che attraversa l’elettorato italiano da almeno 6 anni. Sta di fatto che questo è il desolante segno di una distanza. Di una frattura tra cittadini e l’amministrazione della cosa pubblica, che si registra a tutti i livelli – dai Comuni e le grandi Città alle Regioni e al governo nazionale – e che distrugge alla radice l’essenza del nostro sistema: cioè, il suo essere (e dover essere) una democrazia rappresentativa. Il segno di una crisi profonda, che testimonia un tessuto civile ormai logoro e lacerato dalle promesse non mantenute, dai disastri che non si contano più, dall’assenza di visione, metodo e progetti e, soprattutto, dall’essere considerati soltanto pedine utili una volta ogni 5 anni e non i veri “datori di lavoro”, al cui servizio mettere il proprio impegno di ogni giorno.

E c’è di più: perché la “marginalità” non riguarda più soltanto la geografia Centro-periferia bensì la condizione sociale ed economica, perché a non votare sono i cosiddetti “ceti popolari”, perché drammi come la disoccupazione prolungata, la precarietà, l’emergenza abitativa, l’abbandono scolastico o il degrado e l’invivibilità non sono più “orizzontali” sul territorio ma “verticali” nella società, come inclusione in certe condizioni o esclusione in certe altre da reali accessi e reali diritti. Se a tutto questo si aggiungono “nostalgie” che speravamo superate e che, evidentemente, superate non sono, la frattura rischia solo di diventare sempre più profonda. Come per la responsabilità richiesta a qualsiasi amministrazione della cosa pubblica, soprattutto in presenza di criminalità e delinquenza – di stampo ideologico o mafioso che siano – che non si affrontano ignorandole ma ragionandoci e prevedendo almeno un percorso da intraprendere.

Tornare a esserci, e numerosi, sarà vitale per Roma e per le persone che ci vivono, che ci lavorano o che tornano a volerla ammirare. Far vincere la determinazione sulla stanchezza, la speranza sulla delusione, la voglia di crederci sulla rassegnazione. Premiare con un gesto di fiducia il candidato con la proposta migliore, pronto a lavorare per i romani e con i romani. Perché la democrazia alla quale intere generazioni hanno sacrificato tutto è ancora qui e perché, il 17 e il 18 ottobre, le persone per bene della Città Eterna avranno l’occasione di dirlo. Forte, chiaro e con la democratica potenza di una matita.