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Il Fantasma di Milosevic dietro la nuova Serbia

Di Paolo Riva, in Serbia.

Tempo di elezioni in Serbia, che poco meno di due mesi fa, si è ritrovata a scegliere il suo presidente.

Allora fu Boris Tadic a vincere. Una vittoria che significo una fondamentale sterzata della Serbia in direzione Bruxelles e quindi Unione Europea.

Da quel giorno accadde un tira e molla continuo, sostenuto anche da una tensione particolarmente elevata, dovuta al fatto che il Kosovo, una regione della Serbia, si era dichiarato indipendente, sostenuto anche dalla comunità europea.

Un’ Europa a due facce quella che si rivolge alla Serbia. Un Europa che prima sembra allungare la mano in segno di amicizia e successivamente, sempre con la stessa mano, sembra schiaffeggiarti come in segno di sfida. Come a dire “Io sono l’Europa, tu non sei nessuno.”


Certo l’importanza dei diritti di uno stato come quello del Kosovo devono essere sostenuti e considerati fondamentali. Il fatto è, che al termine di quelle elezioni che hanno visto la vittoria del partito filoeuropeista, sembrava che l’Europa avesse quasi approfittato della situazione invogliando prima la Serbia a votare in una direzione, successivamente “tradendola”.

Questo ambiguo comportamento della UE, sembrava poter portare delle ripercussioni soprattutto riguardo queste elezioni, fondamentali per la costruzione del governo del paese. Eppure nonostante tutto il partito di Boris Tadic è riuscito ad uscire vincitore anche da questa sfida.

Infatti la lista “Per una Serbia Europea” è riuscita a guadagnare il 38,4% dei voti, conquistando la maggioranza relativa che permetterà allo stesso Tadic di ricevere 103 dei 250 seggi al governo. Una situazione definibile come una mezza vittoria, in quanto con 103 seggi sarà necessario per il partito realizzare delle alleanze esterne.

Alleanze che sembrano convergere verso il partito socialista serbo, successore di quel partito socialista che vedeva come suo leader Slobodan Milosevic, noto alle cronache non solo come presidente della Serbia, ma anche per le sue operazioni di pulizia etnica in Croazia, Bosnia e Kosovo.





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