“Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”
Giovanni Falcone
Non è consentito ridurre il livello di attenzione. Queste le parole del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a sedici anni dalla strage di Capaci. Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo perdevano la vita uccisi dalla mafia. Mantenere viva la memoria dicevamo. Proviamoci.
L’anno è il 1989. Nel clima di restaurazione che si respirava al Palazzo di Giustizia di Palermo all’epoca, Giovanni Falcone era un uomo solo. Le insinuazioni del Corvo – l’anonimo estensore di lettere avvelenate sul giudice e i suoi metodi investigativi che circolavano nelle stanze del palazzo – sono all’ordine del giorno.
Il 20 giugno di quell’anno, tre anni prima di morire, Falcone si diede appuntamento presso il suo villino al mare con due colleghi svizzeri, venuti a trovarlo in Sicilia per un indagine sul riciclaggio internazionale di denaro sporco. Quella mattina un uomo della scorta del giudice, forse per un eccesso di zelo, operò un’ulteriore bonifica della zona antistante al villino trovando tra i massi un carico di esplosivo al plastico.
Il fallito attentato dell’Addaura, dalla località della costa palermitana su cui sorgeva il villino del giudice, venne addirittura usato in quelle settimane per cercare di screditare ulteriormente il lavoro di Falcone. Agghiaccianti gossip venivano messi in circolazione dai suoi detrattori, avanzando l’ipotesi che la bomba non fosse autentica o che fosse stata messa ad arte dai suoi stessi uomini nel tentativo di fare il martire e dunque carriera.
Giova ricordare che meno di due anni prima, il 16 dicembre 1987, si chiudeva il maxiprocesso a Cosa Nostra, prima vera risposta dello Stato alla mafia, 19 ergastoli e 2.265 anni di condanne. Giovanni Falcone e gli uomini del pool, nato dall’intuizione di Rocco Chinnici e successivamente portata avanti da Antonino Caponnetto, avevano vinto la prima vera battaglia ed il paese sembrava essere dalla loro. Da lì in avanti la campagna di isolamento nei confronti dei giudici di Palermo fu lenta ma inesorabile.
A partire dalla nomina del nuovo capo dell’ufficio istruzione, all’indomani della chiusura del maxi. Il 19 gennaio 1988, un mese dopo la sentenza, entrano in scena quelli che Alfredo Morvillo, cognato di Falcone, chiama “gli specialisti delle carte a posto”. Durante una drammatica plenaria del CSM per la scelta del sostituto dell’uscente Caponnetto, viene seguito il sacro principio dell’anzianità. Falcone è battuto, a dirigere l’Ufficio Istruzione sarà Antonino Meli.
Da quel momento gli ostacoli al lavoro di Falcone all’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo si moltiplicheranno - tra i veleni e le accuse di cui si è detto prima - e lo porteranno ad accettare l’incarico ministeriale di direttore degli Affari Penali a Roma. Siamo nell’estate nel 1991. Per quasi un anno, nonostante ulteriori ostruzionismi, Falcone si spese moltissimo nel tentativo di mettere in piedi un progetto di riforma organico in materia di contrasto al crimine organizzato, gettando le basi per la nascita della futura Procura nazionale antimafia.
Esattamente fino a 16 anni fa.
siete retrò!!!!!!!!!!!!!
oggi l’eroe è mangano!!!!!!!!!!!!